Come bolle di sapone

A Giuditta piace fermarsi sulla riva del fiume a fissare le bolle di sapone, specie quelle prodotte dall’uomo col cappello, meravigliosamente grandi e dai colori d’arcobaleno. Si può perdere per ore, ammirando la piscinetta azzurra colma di acqua e sapone, per la maggior parte sparsi a terra, a dipingere il cemento dei colori del cielo.

E’ sempre circondata solo e soltanto da bambini in festa, che giocano a romperle, una dopo l’altra…forse perché, in fondo, le bolle di sapone sono cosa da bambini, no?

Ma quei bambini non sanno che anche Giuditta è una delicata bolla di sapone, uno di quei vasi estremamente preziosi e costosi, con la grande scritta “FRAGILE”, in inchiostro nero, su uno dei lati della scatola nella quale vengono trasportati. Giuditta è talmente elegante ed esile nell’animo che certe volte puoi vederla librare in aria, come un puro gabbiano dalle grandi ali bianche.

Ho avuto la fortuna di vederla prendere il volo, un mattino di primavera, quando ancora il sole si stropicciava gli occhi tra le sue coperte fatte di nuvole candide e soffici. Era maestosa, immensa, quasi a rassomigliare un’aquila, per splendore e magnificenza. Era sola, come spesso accade, e la flebile luce mattutina le si rifletteva sulle piume, creando arcobaleni del tutto simili a quelli prodotti dalle bolle di sapone.

Sarà per quello che lei le ama tanto, mi sono chiesta?

Giuditta, a differenza dei bambini eccitati sulle rive del fiume, le bolle di sapone non le rompe mai. Sarebbe come far svanire un sogno, pensa lei, uno di quelli nati in un pomeriggio d’inverno, dove i colori delle bolle di sapone sono gli unici a rasserenare il cielo cupo e grigio e ad aprire uno squarcio di sereno anche nel suo cuore. Ecco perché vedere l’acqua che si riversa a terra, scivolando via senza lasciare che una macchia scura sul cemento, le ha sempre fatto tristezza. Ogni volta si sente un po’ morire dentro, ogni volta è come se una parte di lei se ne andasse, se una goccia dei suoi sentimenti si infrangesse a terra, producendo un leggero eco di frastuono all’interno del suo cuore.

Ma non è solo questo.

Giuditta le bolle di sapone le ama perché ci può vedere l’anima delle persone riflessa. Le ricordano i pomeriggi passati a passeggiare con il suo ragazzo, in quel meraviglioso parco al centro di Londra. Era una domenica di metà marzo, avevano fatto colazione in quella pasticceria all’angolo della via dove abitavano, rivolti verso i “Quays“, ammirandone le barchette della scuola di vela prendere il largo, un po’ goffamente, soprattutto quelle dei principianti. Lei aveva ordinato un cappuccino ed una brioche con la crema di mandorle. Per lui invece, solo un caffè. E questo avrebbe dovuto dirla lunga sulla loro relazione.

“Non ti fidare di chi non fa colazione al mattino” – le diceva sempre la nonna.

Ma lei si era fidata comunque, testarda e dritta verso il suo obiettivo, come un gabbiano in picchiata, diretto verso il fiume, dopo aver visto un succoso pescetto sguazzarci dentro.

Si era sbagliata, si…ma se ne era anche accorta.

E fu durante quella stessa mattina, dopo aver visto il volto del suo ragazzo riflesso in una bolla di sapone, che lui stesso aveva, cinque secondi dopo, scoppiato, che capì tutto.

Le anime gentili non scoppiano le bolle di sapone, le lasciano volare in cielo, sospese dall’aria e dal vento, volteggiare riflettendo tutto ciò che le circonda, sino a perdersi nel punto più alto della città, lasciando sotto di esse soltanto stupore e meraviglia.

Giuditta era decisamente una bolla di sapone, quel giorno lo era stata più che mai.

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Would you lie with me and just forget the world?

Non decidiamo di chi o che cosa innamorarci. E’ un qualcosa che succede e basta, indipentemente dalla nostra volontà, dalle nostre opinioni, a prescindere dalla forza che mettiamo nel ribellarci al corso degli avvenimenti.

Certe cose non le puoi controllare e talvolta mi dico, tanto vale farsene una ragione e smettere di lottare contro i mulini a vento. Inutile convincersi che siano giganti di proporzioni enormi, troppo potenti per essere sconfitti, proprio come il povero Don Chisciotte fece, guidato da un misto di pazzia, ignoranza e contorti percorsi mentali.

Le questioni di principio non esistono, tantomeno in amore.

E non è amore soltanto quello che ci fa battere il cuore per un’altra persona, quello che riconosciamo per via dei crampi allo stomaco, i cambi d’umore e la voglia di scrivere frasi sdolcinate ad ogni ora del giorno e della notte.

Amore è anche fermarsi a guardare, da soli, un tramonto infuocato, stringendosi nella propria sciarpa grigia di lana, perché fuori fa ancora freddo. E’ stringere tra le mani una tazza di cartone contenente caffè bollente e fumante, magari speziato, e lasciarsi trasportare dai profumi che esso porta con sè. Seguirne la scia lasciata dal vapore che esce dalle fessure del contenitore d’asporto, chiudendo gli occhi ed immaginando di essere in qualunque parte del mondo, eccetto quella nella quale ti trovi.

Amore è anche camminare senza una meta, sulle sponde del fiume, in un gelido sabato pomeriggio d’Aprile, lasciando catturare la propria attenzione da un ragazzo che canta, accarezzando le corde della sua chitarra con la stessa delicatezza che userebbe facendo l’amore con la donna che ama: bruciante di passione, impaziente di far uscire le parole “Ti amo” dalle sue labbra, trepidante all’idea di trascorrere la notte con lei.

Mi fermo ad ascoltarlo per qualche istante, giusto il tempo di accorgermi che la melodia che esce dalla cassa della sua chitarra acustica è “Chasing cars” degli Snow Patrol. Ed allora mi perdo ad osservarlo, dimenticando quanto sia noioso il vento freddo che mi scompiglia i capelli, ignorandone i freddi refoli che si fanno spazio tra le pieghe della mia sciarpa, ma lasciandomi solo trasportare in quel luogo del mondo che tanto amo. Un piccolo, infinitesimale spazio che alberga nel mio cuore, una specie di scrigno ben sigillato in cui cerco di custodire, abbastanza gelosamente, tutte le più belle emozioni che riesco ad acchiappare, durante le mie giornate.

E tu, sei decisamente una di queste. La tua musica lo è, la voce graffiata che esce dalle tue corde vocali, grezza e priva di virtuosismi, proprio come lo è la tua chitarra acustica, malconcia e graffiata, proprio lì, nel punto in cui le tue dita ne sfiorano le corde.

“Portami dove vuoi” – penso. Ed in un attimo ecco che divento tutt’uno con i polpastrelli delle sue mani affusolate e magre, arrossate dal freddo. Canto assieme a lui, in un romantico ed intricato groviglio di voci innamorate. I nostri sguardi si incontrano innumerevoli volte, in un turbinio di passioni ed impazienza di conoscersi. Gli sfioro i capelli, neri come la pece, folti come le foglie del cipresso che gli fa da riparo durante le giornate di pioggia, scompigliati almeno tanto quanto la sua voce emozionata, nel tentativo di ricambiare i miei sorrisi.

Presto perdiamo il conto dei minuti che passano, i contorni del Tamigi diventano sfuocati, così come l’entrata principale della Tate Modern alle nostre spalle. I nostri corpi diventano una sola anima, che si fa trasportare lenta sul pentagramma della sua musica, cullati dal vento che ne fa da colonna sonora, immersi in un quadro di Monet, circondati dalle sue ninfee.

E mentre dalle sua labbra esce la frase di chiusura della canzone, “Would you lie with me and just forget the world?”, capisco d’essermi innamorata, ancora una volta, sempre per caso, come spesso succede, non di una persona ma dell’emozione che essa mi regala.

Una di quelle che andranno a riempire lo scrigno, facendosi spazio tra le altre…

Il posto del cuore

Tutti hanno un posto del cuore, uno di quelli che rimane legato ai ricordi dell’infanzia, così strettamente come fa la verde edera quando vuole arrampicarsi, a tutti i costi, sulla staccionata del giardino del vicino.

Tutti hanno un luogo a cui sono particolarmente affezionati, uno di quelli che…quando ci pensi, ti viene da sorridere, un po’ per la tristezza d’essere diventato grande, un po’ per la malinconia nel ricordarli, ed un po’ per la voglia di tornarci.

Il mio è la casa al mare: una facciata color terra di siena, con due grandi occhi a mezzaluna che s’affacciano sulla baia di Cagliari ed una distesa di fiori ed alberi profumati.

Ed è così che a volte mi perdo, annusando un odore familiare, avvistando un colore che me la ricordi, o soltanto percependo il calore del sole sulle spalle, proprio come fossi seduta in terrazza, con la schiena rivolta verso la veranda, a leggere il mio libro. Comincio a viaggiare nel taccuino della memoria, sfogliandone le pagine più significative, odorandone il sapore del pesce fresco al mercato, respirandone a pieni polmoni il gusto salubre dell’acqua cristallina, librandomi alta nel cielo come il più maestoso dei gabbiani, reduce da una estenuante giornata di volo.

E nemmeno il tempo di svegliarmi che subito mi ritrovo sull’amaca in giardino, con gli occhi assonnati, volti a cercare i raggi del sole tra i rami e le foglie dell’ulivo che la sorregge, facendomi cullare dalla ninna nanna prodotta dal vento, a tratti più veloce, a tratti più lenta.

Nonna mi chiede se voglio il tè delle cinque, contornato di qualche biscotto e/o varie leccornie da lei preparate e, anche volendo, è impossibile rifiutare l’offerta. Tutto è pronto in terrazza: la tela cerata stesa sul tavolo di legno scuro, i fermatovaglia di metallo per non farla volare via, e poi ancora la scatola dei biscotti, di quelle blu di latta, rotonde e tipiche dei “butter cookies“, con impresse sopra le immagini di un gruppo di donne altolocate che bevono il tè. E’ sempre la stessa da 29 anni…probabilmente anche di più, ma nessuno se ne è mai stufato, io per prima. Ovviamente al suo interno non ci sono gli originali “butter cookies“, ma avanzi di “Macine”, “Oro Saiwa”, “Pan di Stelle” e quanto altro, tutti mischiati assieme a ricordare, molto più che vagamente, il sapore di casa.

Il tè è sempre stato un rituale, che fossero le cinque o le quattro, che facesse caldo o un po’ più fresco…il tè s’è sempre bevuto. “Perché il tè disseta” – dice sempre la nonna. Per cui, anche a 29 anni, il tè delle cinque con 40 gradi all’ombra si beve. Ed è così per tutti, anche per il nonno, che subito deve mollare piccone e pala a terra, abbandonare la costruzione della recinzione o di qualunque altra attività si stia occupando, e correre a bere il tè.

Ma non è tutto. Sono cresciuta al ritmo del piccone del nonno, intento a battagliare con le radici di qualche albero…ogni anno uno nuovo, sempre diverso e sempre più forte. Anche il rumore della zappa non è mai mancato, ad essere sincera. Perché ogni giorno c’era una nuova parte di terreno da trattare, ogni giorno c’è sempre stato un nuovo progetto, un nuovo lavoro, un “qualcosa” da sistemare. Perché il nonno è così, alla veneranda età di 86 anni ancora ha la zappa in una mano ed il piccone nell’altra e, quando sono questi gli attrezzi che utilizza, allora si passa a sega e rastrello, per eliminare le foglie delle palme malate.

E poi ci chiediamo come sia possibile che un luogo ci entri nel cuore…forse perché, in fin dei conti, sono le persone a dargli il valore che ha.

Il mio posto del cuore è un cumulo di ricordi, ammassati disordinatamente l’uno sull’altro, che profumano di casa e di mare e di fiori.

 

L’albero perfetto

Scrivere seduti sotto ad un grande albero a Central Park è una cosa da disperati romantici, tipica solo dei film e di pochi altri romanzi…lo so…

Fa qualche differenza se io sono a Londra invece che a New York? No, non credo…sempre disperatamente romantica sono e rimarrò.

Ma perché no, mi dico, perché non recuperare uno di quelli che è il più antico rapporto che l’uomo abbia mai avuto? Il contatto con la natura, la sensazione di camminare a piedi nudi sull’erba appena germogliata, ancora d’un verde intenso ed accecante, ancora disordinata, senza una direzione ben precisa. Per quale motivo non dovrei respirare, a pieni polmoni, quella brezza dispettosa, a tratti ancora fastidiosamente fredda, entrarmi nelle narici, così come tra la fessura delle labbra semi aperte e contratte, occupate nell’atto di concentrarsi.

La stessa che si diverte a scompigliarmi i capelli, dando loro forme sempre più improbabili, anche dopo la doccia, anche appena dopo la piega. Ma in fondo, è quello che mi piace di lei, l’innocenza con cui si prende la libertà di scherzare, la forza con cui fa valere le sue ragioni, la determinazione tipica solo di chi vuole raggiungere un obiettivo, a qualunque costo, pagando qualsiasi prezzo.

Tuttavia, non tutti gli albero sono uguali, non tutti sono tanto confortevoli da poter accogliere la forma della tua seduta…ci sono alberi ed alberi.

Ma come riconoscere quello perfetto?

Lo puoi fare solo provando a sedertici vicino, tentando di incastrare la tua schiena tra le nodose venature che esso ha creato durante gli anni, facendoti spazio tra un ciuffo d’erba troppo pronunciato ed  uno troppo morbido, di quelli che non rende la seduta confortevole.

Che poi, che importa anche se è bagnata?

In fin dei conti niente, al massimo avrai da lavare via un paio di macchie d’erba da un vecchio paio di jeans, o spolverarti le mani da un po’ di terra di troppo. Che importa tutto ciò quando hai una bic, nera o blu che sia, una manciata di pagine color avorio su cui scrivere e tanta, tanta voglia di sognare in tasca?

Ora scappo, perché sta cominciando a piovere…ma nemmeno questo importerebbe, se non fosse per il mio taccuino…

Dove mi porti questa volta?

Quando viaggio sono sempre agitata, posseduta da un alone di inquietante follia, voglia di scoprire, capire, vedere, meravigliarmi, stupirmi di fronte a paesaggi nuovi…un po’ come fanno i bambini, con il naso schiacciato contro le vetrine dei negozi di caramelle. Molto spesso dimentico di mangiare, talvolta non mi accorgo del tempo che passa ed a tratti ignoro, quasi completamente, chiamate e messaggi.

A volte penso che al posto del sangue, nelle mie vene scorra la linfa del viaggio, specie quando dito medio ed indice premono insistenti sulla tastiera del portatile e sui pulsanti del mouse, impazienti, elettrizzati e bisognosi di cliccare l’indicatore “acquista”, sulla videata internet.

Che siano biglietti aerei, del treno o semplici entrate ad un museo, un campanello s’accende subito…il campanello del viaggiatore, di quello che ha bisogno d’esplorare per non morire, di colui che necessita di mettere i suoi piedi, uno dopo l’altro, su sentieri mai battuti prima, sconosciuti ai più. E’ come se tutto, attorno a me, case, alberi, fiori e strade, assumesse i contorni di splendide favole, in cui io sono la protagonista, con il mio zainetto rosso in spalla e gli occhi a forma di cuore, imbambolata di fronte al sentiero con la volta di glicini lilla ed i tulipani rosa ai lati della strada.

Spesso il luogo non fa differenza, non che il mondo sia tutto uguale, certo, è solo che credo valga la pena di esplorarne ogni angolo più remoto, dai posti in cui non splende mai il sole, sino a quelli in cui è anche troppo cocente.

E perché non spingersi sino alle pendici dei monti più alti per vedere l’alba sorgere dietro di essi? O il sole tramontare dietro ai lunghi colli delle eleganti giraffe? Le gazzelle che si rincorrono, calpestando i fili d’erba ormai ingialliti dal caldo torrido…ed ancora i pinguini, fare simpaticamente a gara a chi si tuffa più lontano. Ed i camaleonti, cambiare colore nelle situazioni di pericolo, dal verde, al blu e rosso, così come fa il cielo nei paesi del Nord, assumendo pennellate di colore simili solo ad un quadro di Van Gogh. E cosa mi dite dei mercati in Oriente? L’odore pungente di spezie, i toni caldi del marrone cioccolato e del rosso mattone, lo schiamazzare dei venditori ambulanti che cercano, con qualunque mezzo possibile, di attirare la tua attenzione. I ninnoli appesi ai tendoni dei loro negozi, d’oro, argento ed ottone, intonare dolci melodie che ricordano “Le mille e una notte”, così come le sete dei vestiti delle loro donne, tinte di toni pastello, probabilmente colori vegetali, e rimaste a bagno per chissà quanto tempo assieme a quell’invitante mix di zafferano, sandalo e curcuma. E se diamo uno sguardo ancora più ad Est, quale panorama migliore se non quello del sole che sorge dietro gli isolotti della baia di Hanoi e le sue giunche color dell’ebano con vele avorio. Le gite in canoa a perdersi tra gli alti fili verdi delle risaie, con il tipico cappello di paglia poggiato sulle tempie, per evitare di scottarsi per via del sole…che poi, tanto, ti bruci lo stesso.

Poi ad un tratto ti risvegli e la stessa pagina internet è ancora lì, aperta sullo schermo del tuo computer ed il tasto “acquista” è solo in attesa d’essere premuto.

Dove mi porti questa volta?

La ragazza che passeggiava sul ponte di Cambridge

Tieni tra le mani il tuo libro, con le braccia conserte verso il petto, quasi a volerlo cullare come fosse un bambino, a volerlo proteggere dal mondo esterno, quello pieno di se, di ma, di incertezze e dubbi. E’ un tomo di fisica, alto almeno 7-8 centimetri, saranno un migliaio di pagine, penso…forse di più.

Ha l’aria di essere un libro difficile, una lettura impegnativa, vero?

Ma tu sei intelligente, lo si vede da come cammini…un passo non troppo veloce, ma sicuro di sé. Appoggi delicatamente un piede dopo all’altro, prima la punta, poi il tacco, quasi fossi in equilibrio su di una corda, con la stessa maestria di chi l’equilibrista lo fa da tutta una vita, con la medesima leggiadria di chi non vorrebbe fare altro.

Le dita della mano destra, quella che stringe amorevolmente il dorso del libro, ticchettano freneticamente, riproducendo la melodia che stai canticchiando. Non riesco a sentirti da qui, ma vedo le tue labbra morbide, così rosse e carnose, chiudersi e dischiudersi a ritmo alternato, in una muta sinfonia d’altri tempi. La gonna a pieghe, con i quadri rossi e blu tipici dei college inglesi, ti sfiora le ginocchia, in parte nascoste dai lunghi calzettoni bianchi, in parte lasciate scoperte a mostrare quella voglia di caffè, che hai sulla gamba sinistra, giocare a nascondino con i lembi inferiori della stoffa.

Cammini con lo sguardo rivolto verso il basso, raramente incrociando quello dei passanti, ancor più raramente accennando loro il minimo saluto. Sembri quasi avvolta in una gigantesca bolla di sapone, una di quelle dai riflessi d’arcobaleno, una di quelle che profuma di detersivo alla lavanda, una di quelle in cui ci puoi vedere il mondo dentro.

Ed il tuo mondo come è, ragazza che passeggia sul ponte?

Non faccio in tempo a chiedertelo che l’unica cosa che mi resta di te sono una manciata di capelli lunghi e castani, che profumano di miele ed olio d’oliva, mentre t’allontani tra le feritoie di quel ponte di pietra bianca.

Penso che mi piacerà ricordarti come la ragazza che passeggiava sul ponte di Cambridge, quella che ho osservato per un tempo infinito attraversarne tutte le feritoie, una dopo l’altra, avvolta nella meraviglia di una umida nebbiolina primaverile, circondata dallo stupore della scienza, elegantemente scortata dalla sua fedele e magica bolla di sapone.

Avrei solo voluto chiederti: ed il tuo mondo come è, ragazza che passeggia sul ponte?

 

Dialogo con un adolescente

Questa favola non inzierà con il classico “C’era una volta…”. No. Perché Margherita è una ragazzina uguale a voi, che vive i suoi 14 anni nel 2018, l’era dei Selfie su Facebook e delle Stories su Instagram. E’ una ragazza a cui piacciono le Converse All Star, ma soltanto a patto che siano bianche o rosse, che indossa jeans stretti scoloriti e strappati sul ginocchio e che porta sulle spalle lo zainetto dell’Eastpak, sempre pieno di tutte le cose a lei care, fuorché dei libri necessari alla lezione di quel giorno.

Tra queste c’è anche il suo diario: un taccuino di carta riciclata, tendente al rosa pallido, decorato con stampe di farfalle e fiori colorati. La chiusura è un cordoncino di spago, tinta carta da zucchero, che si avvolge ad un bottone lilla, temerario custode dei sogni di Margherita. Se la vedeste passare per strada, direste che questo oggetto, nel suo zaino, c’è finito per sbaglio.

Ma questo è soltanto ciò che lei mostra alla maggior parte delle persone, nascondendo l’espressione dei suoi occhi dietro alla lunga frangia castano chiaro, celando il suo sorriso tra le maglie della sciarpa di lana spessa e scura, indossando gli abiti di un’altra: una Margherita noncurante, superficiale e frivola.

Ma lei non è questo.

Margherita può perdersi per ore a guardare le nuvole bianche disegnare forme nel cielo azzurro, sdraiata sull’erba di un giardino in fiore, con il naso rivolto all’insù…qui la proboscide di un elefante, lì le ali di un calabrone, poi la corona di una regina ed infine, l’abito di una principessa.

E con la stessa disinvoltura, lei disegna per pomeriggi interi, seduta su di un marciapiede ai lati della strada, i volti dei passanti: i particolari della sciarpa di quella signora anziana, con lo Yorkshire al guinzaglio, il modo in cui le mani timide di quel ragazzo biondo stringono “Orgoglio e Pregiudizio”, o ancora lo strano cappello di quel senzatetto seduto sui cartoni, intento a raccogliere qualche spicciolo per garantirsi la cena.

Ed allora perché Margherita si nasconde, comportandosi come una delle tante marionette che si vedono al teatro dei burattini?

Perché Margherita è adolescente e, talvolta, anche lei come voi, non sa in che direzione andare. Crescere non è facile e, suonerà un po’ scontato se detto da una persona che ormai lo è già. Ma se ci pensate, io non sono poi tanto più grande di voi e, in fondo in fondo, ma non ditelo a nessuno, sto ancora crescendo.

E sono dannatamente Margherita, a volte…solo che io non disegno, non ne sono capace purtroppo. Ma ho imparato a dipingere i tratti delle persone e, di tutto ciò che vedo, in generale, attraverso le parole.

Diciamo che ho reinventato il concetto di “pittura”, adattandola alle mie scarse capacità artistiche. Ho iniziato così a scrivere e, parola dopo parola, frase dopo frase, ho realizzato che tutto assume un senso quando trovi il modo di essere te stesso, incanalando quello che hai dentro e lasciandolo uscire sottoforma di arte, qualunque essa sia: musica, sport, scrittura, lettura, pittura ed altro ancora…

Ed assieme a nuove parole, ho imparato anche a raccogliere i capelli, impedendo alla frangia di coprire l’espressione dei miei occhi. Sperimentando la sensazione della penna tra le mani, ho deciso di abbandonare le sciarpe spesse ed esageratamente grandi, e vestirmi solo di indumenti leggeri, che lasciassero intravedere il mio sorriso.

Faccio ancora un po’ fatica lo ammetto, ma prima o poi l’adolescenza finirà, e Margherita non avrà più le sembianze di una goffa ed ammaccata crisalide, ma spiegherà le ali e prenderà il volo, proprio come la più bella delle farfalle tropicali.

Colorata, leggiadra e spensierata.

 

Una pennellata di vintage

Amo gli oggetti vintage perché è come se, in un certo senso, mi ricordassero un passato che forse non ho vissuto direttamente, in prima persona, ma ho assaporato, briciola dopo briciola, come si fa con le torte più deliziose, attraverso i racconti dei miei genitori, nonni e bisnonni.

Sì, perché sono stata talmente fortunata da conoscere anche loro, un privilegio che pochi hanno, ma molti danno per scontato.

L’appartamento dove i miei bisnonni vivevano, ancora ricoperto di carta da parati a fiori, grandi e vistosi, trasudava vintage, mischiato a storie di guerra, bombe e fame. Il telefono, un piccolo gioiello tra tanti cimeli presenti, aveva ancora la tipica ruota rotonda, quella che facevi girare con il dito, sino a raggiungere la cifra desiderata, ed era color oro, così come i profili della cornetta e della base. Il salotto affacciava sulla cucina, che potevi scorgere attraverso una porta non troppo grande, che apriva la vista al tavolo bianco, dello stesso materiale dei vecchi banchi di scuola, hai presente?

Lì ci impastavamo gli gnocchi ogni venerdì di Carnevale…tra i rimproveri della mia bisnonna perché mangiavamo l’impasto, e le pressioni del mio bisnonno, che voleva sedersi a tavola, impaziente di testare il prodotto finito.

Mio fratello è sempre stato più bravo di me in questo, ha sempre avuto una predilezione non solo per gli impasti, ma anche per dare loro una forma e, a malincuore dico, ma poi nemmeno troppo, che era lui a far scorrere gli gnocchi sul dorso della grattuggia, assiema alla mia bisnonna… e s’è sempre occupato anche di disporli in fila e contarli, quasi maniacalmente, sino a raggiungere il numero perfetto.

Questo per dire che per qualche anno della mia vita ho respirato i fumi candidi uscire dai comignoli del vintage, conservandone, anche adesso, la passione.

Ora con papà ho imparato ad amare i vinili, ad ascoltare il suono graffiato prodotto dalla puntina del giradischi, che lenta scorre sui solchi di percorsi d’altri tempi. Così, anche ora che sono a Londra, una delle città principe in quanto a tecnologia, sviluppo e progresso, ciò che amo di più è andarmene in giro la domenica, agghindata come la più estroversa delle selvagge, a scovare mercatini vintage, qualcosa che mi faccia ricordare chi sono e da dove vengo, un luogo che profumi della mia infanzia, che abbia i colori bianco, nero e seppia, e grandi fiori alle pareti, ma anche mattonelle chiare in bagno e cuscini di velluto verde sulle poltrone.

E’ così che mi perdo per ore, durante il weekend, carezzando le sete di cui sono composti gli abiti colorati sui rastrelli, annusando le pagine di vecchi libri un tempo appartenuti ai bisnonni di qualcuno…orecchiando e canticchiando qualche bella melodia, polverosa e semi-interrotta, provenire da qualche grammofono nell’angolo di un locale.

Ed è per questo che amo la mia Polaroid, non solo perché è un regalo di mio fratello, ma anche perché è dannatamente vintage, con la sua striscia color dell’arcobaleno su un lato, il pulsante rosso dello scatto e persino l’originale marchio, in bianco, su sfondo nero. Ma la cosa migliore, in tutto ciò, è che ad ogni immagine rubata, lei lascia sulla pellicola la sua, personalissima, impronta. E’ una sorta di graffio, quasi al centro dell’immagine, che ha sembianze d’un fulmine, bianco e luminoso, ed è lì non per rovinarmi gli scatti, ma per ricordarmi di come è bello e speciale essere diversi, rivolgere la propria attenzione a ciò a cui, generalmente, la massa non presta attenzione. Mi ricorda di come è stato bello essere cresciuti tra le coccole degli gnocchi fatti in casa, l’odore del ragù che sobbolle in pentola ed una spremuta d’arancia fatta con lo spremiagrumi manuale, quello fatto di metallo grigio.

Il graffio sulle mie fotografie mi ricorda, ogni singolo istante, di pensare fuori dal coro, di distinguermi, di innamorarmi delle cose speciali, delle cose di valore, ma morale, non monetario, di cantare a squarciagola, anche se sono stonata, di andare in giro con il naso all’insù, di respirare, amare, gridare, piangere e ridere.

Quel graffio mi ricorda chi sono: una pennellata di vintage in un mondo dai muri bianchi, asettici, impersonali e troppo, troppo moderni.

Un’essenza che sa di Londra

Ogni tanto mi ricordo del motivo per cui sono a Londra e del perché io me ne sia innamorata sin dal primo sguardo, proprio come succede tra due amanti in seguito ad un colpo di fulmine.

Dico ogni tanto perché non è sempre facile vivere qui, e per i ritmi frenetici, e per la gente che spinge da tutte le parti, ma anche per la competizione e la voglia di arrivare che, bene o male, tutti hanno…inglesi e non.

Poi oggi, uscendo dall’edificio in cui lavoro, decido di svoltare a sinistra, invece che prendere la destra, come solitamente faccio, scegliendo di perdermi in mezzo allo sciame di voci e colori di Borough Market. Inutile dire che la triste giornata di lavoro prende una piega inaspettata, intrisa del sapore degli hamburger che cuociono sulla griglia, dell’odore di pane e dolciumi appena sfornati e colorata dalle sapienti mani di frutta e verdura fresche e di stagione. Non amo i posti affollati, è vero, questa non è una novità, ma Borough Market il sabato è una assoluta eccezione: la cosiddetta mosca bianca tra tante nere, un’ostrica nel mucchio di fresco pescato che racchiude la perla più preziosa, un narciso giallo appena sbocciato che fa capolino da una coltre di fitta neve…

E la seconda eccezione è la riva sud del Tamigi, meglio nota come SouthBank. Ma non durante un giorno qualunque, deve essere sabato…perché è solo in questo momento ch’essa prende vita con la leggerezza che contraddistingue una crisalide che diventa farfalla, con la medesima eleganza che sfoggiano i bocciuoli dei tulipani, dopo il freddo inverno, con la maestria con cui un pittore, avvalendosi di pochi e distinti tratti, realizza un’opera d’arte.

Proprio come quello là giù in fondo, che dipinge, assorto nella tavolozza colorata dei suoi sogni, il profilo della ragazza che canta di fronte all’entrata della Tate Modern. Lo sguardo disteso, il volto rilassato, non molte rughe a segnargli la fronte, se non quella manciata necessaria ad incorniciare il suo sopracciglio destro, concentrato e dedito, con passione, al compimento della sua opera. Accanto a lui, solo qualche metro più in là, le bancarelle di libri usati: gialli, sgualciti ed impolverati, come appena usciti da una secolare biblioteca. Una fermata è d’obbligo, anche se sono sempre gli stessi, anche se li ho visti mille volte, anche se raramente ne acquisto…solo qualche minuto, il tempo sufficiente a riempire la provetta di vetro con il tappo di sughero del loro profumo primaverile, un’essenza che voglio portare addosso per tutta la settimana successiva, sino al prossimo weekend, quando tornerò, avidamente, a ricaricarla.

Un’essenza che sa di Londra.

 

 

Posto finestrino

Quando decolla un aereo, che tu sia un passeggero o uno spettatore, lo spettacolo è sempre emozionante. Innanzitutto ti viene da chiederti per quali assurde e complicate leggi della fisica un oggetto così pesante possa fluttuare nell’aria con la leggerezza di un gabbiano in volo.  E poi, poi rimani incantato a guardare il modo in cui la prospettiva delle cose muta, nel giro soltanto di qualche attimo, specie se hai la fortuna d’essere un passeggero.

Come oggi.

Posto finestrino, forse non la postazione migliore in quanto a comodità, ma certamente quella che preferisco quando voglio osservare il cambiamento del paesaggio, il divenire di verdi prati, auto e campi di grano ed il rimpicciolirsi di tutti i problemi, sino a scomparire.

Perché è così, quando voli alto nel cielo, puoi permetterti di lasciare a terra tutti i sassolini che hai nelle scarpe, tutti i pensieri che ti appesantiscono le spalle, tutti i malumori fermi sullo stomaco. Perché in aereo, per definizione, si viaggia leggeri.

In aereo puoi permetterti di osservare le gocce sul vetro diventare fini fini e leggere, salutarti dolcemente prima di essere spazzate via dalla velocità del decollo. Se sei seduto al posto finestrino puoi persino schiacciare il naso contro il vetro, come quando eri bambino e ti incantavi a guardare le vetrine colme di caramelle e addobbi natalizi. In aereo puoi sognare, dare una forma a quei campi verde scuro e marrone chiaro che, per via dell’altitudine, mischiata alla fantasia, sembrano rassomigliare a buffe riproduzioni di animali fantastici. Quando voli puoi godere del lusso di addormentarti tra le candide nuvole di zucchero filato e panna, stringerti nei tuoi sogni di bambino, fatti di creature bizzarre e paesaggi totalmente inventati. Puoi perderti a guardare quel furgone bianco rimpicciolirsi, all’interno del parcheggio dell’aeroporto, sino a diventare una minuscola, quasi insignificante, macchia di colore tra tante. E lo stesso con le persone, che in un attimo si tramutano in tanti punti in frenetico movimento, a spasso per le vie che circondano l’aeroporto.

Penso che volare sia un privilegio, ed il check-in ne sia la porta d’accesso: quel momento in cui decidi che cosa vale la pena d’essere caricato in stiva o lasciato a terra, quell’istante in cui devi farti forza per trattenere le lacrime, che con la foga dell’acqua in una cascata violenta, vogliono a tutti i costi scendere, quella breve manciata di minuti in cui fai bilanci, cerchi d’arraffare quanto più possibile dagli sguardi dei tuoi cari, dalle loro parole, dai loro gesti…

Perché in sostanza, come tutti i privilegi, un po’ bisogna soffrire per ottenerli, un po’ bisogna combattere, tirare fuori le unghie, farsi valere.

Ma poi ne vale la pena.

Di volare, ne vale la pena.