Milagros: il miracolo andaluso

Quello del 2005 fu un torrido Agosto, in Spagna.

Uno di quelli tanto aridi da far sognare, come un miraggio lontano, di poter assaggiare anche la più piccola, ma bagnata e fresca, goccia d’acqua. Un mese nel quale, anche un gesto meccanico ed elementare, come quello di respirare, costa immensa fatica.

Si dice che l’Agosto in Andalusia sia la manciata di settimane più calda dell’estate e che, su un totale di 365 giorni presenti in un anno, almeno 360 siano di sole.

Si dice anche che la vicinanza con le dirimpettaie, Marocco ed Algeria, spinga i termometri di questa regione a superare i 40 gradi centigradi, spesso causando spiacevoli inconvenienti quali: siccità, incendi e malori improvvisi.

Si dice persino che sia improbabile riuscire a sopravvivere, senza cibo ed abbondante acqua, in queste zone della Spagna; soprattutto ritrovandosi a vagare senza una meta, alla disperata ricerca di un flebile spiraglio di salvezza, nelle zone circostanti Cordoba e Siviglia.

Ma è pur vero che di cose se ne dicono tante, non sempre tutte veritiere.

Ed è proprio in mezzo a questo brusio, fatto di chiacchiericci e bisbigli sommessi, apparentemente preludio soltanto di un triste finale, che ebbe inizio il viaggio di Milagros.

La vidi per la prima volta poco fuori Écija, accoccolata in una delle anse del Genil, il fiume che, con sinuosa eleganza, abbraccia la città, prima di tuffarsi nel più famoso Guadalquivir.

Per un attimo, come un breve e sfuggente soffio di vento refrigerante, mi parve che quel fiume volesse abbracciare anche lei, quasi a volerla rassicurare, sussurrandole dolcemente che sarebbe andato tutto bene.

Quel giorno Milagros era baciata dai raggi di un sole particolarmente bollente, dal sorriso tipicamente andaluso, ed era impolverata qua e là, da macchie di rossa arenaria, mischiata a granulosa marna. I suoi occhi marroni, screziati di pagliuzze dorate, si guardavano attorno agitati e sospettosi, ticchettando nervosamente, da destra verso sinistra, come le lancette di un orologio impazzito.

Riuscivo a fiutare la paura nei suoi occhi, anche da lontano.

Era un odore pungente, persistente, di quelli che ti arrivano prima alle narici e poi si insinuano, ingannandoti come il più abile dei prestigiatori, all’interno della cassa toracica, sino ad arrivare a circondare, con la tossicità della loro nube fitta e cupa, il muscolo pulsante al centro del tuo corpo.

Mi sentii esattamente così la prima volta che la vidi: sopraffatto da un sentimento talmente pesante che, a doverlo descrivere, gli aggettivi negativi presenti nel vocabolario, non basterebbero.

Milagros non si lasciava avvicinare, nemmeno prestando tutta la cautela del mondo, nemmeno se attirata con l’inganno, con l’ausilio di qualche pezzetto di cibo.

Riusciva sempre a trovare una via di fuga.

E come biasimarla, d’altronde.

La vita era stata tutt’altro che clemente con lei durante quei suoi primi anni di vita e, la parola “DOLORE”, le era stata marchiata addosso con un numero imprecisato di profonde cicatrici, quasi a doverle ricordare che sarebbe stata prigioniera tutta la vita.

Ma questa, purtroppo, non è soltanto la storia di Milagros. E’ la storia di dieci, cento, mille, anzi cinquantamila anime come lei, che tentano, ogni anno, di sottrarsi ad un amaro destino.

E’ la storia dei “figli del vento”, più comunemente noti come Galghi o Levrieri Spagnoli: meravigliose ed eleganti creature che lottano ogni giorno per abolire un muro fatto di preconcetti, odio ed ignoranza, che spesso costa loro la vita.

Ammetto che non ne avevo mai visto uno, prima di questo mio viaggio all’avventura in Spagna.

A dire il vero, non avevo nemmeno mai pensato che l’essere umano potesse raggiungere un tale livello di sgradevolezza e cattiveria, prima di questo mio viaggio.

Non credevo davvero possibile che alcuni esseri viventi dovessero scontare una pena così pesante, soltanto per avere, tra le loro colpe, quelle d’essere abili cacciatori e veloci corridori.

Colpe che, per altro, non hanno potuto scegliere di avere.

Eppure dovetti ricredermi.

Dovetti ricredermi su tutto.

Fu così che il 5 agosto 2005, iniziai a seguire Milagros, a nascondermi dietro i rari, spogli ed assetati arbusti che incontravo sulla via, per non spaventarla. A fare capolino tra un ramo e l’altro, deciso a non perderla di vista, in quel disordinato e spaventato vagare, che era diventata la colonna sonora delle sue giornate.

Di tanto in tanto la vedevo accelerare, specie nelle ore più fresche della giornata, diretta verso chissà quale sconosciuto orizzonte. Una linea morbida ed aggraziata percorreva tutte le sue forme, messe in risalto dai riflessi rossastri del tramonto, quasi a ricordarmi una di quelle pennellate scure in mezzo ai “Girasoli” di Van Gogh.

Il busto longilineo, decisamente fin troppo ossuto per un animale così giovane, le cosce muscolose e prestanti e le orecchie arretrate e pronte ad auscultare il benché minimo segnale d’allarme, facevano di lei uno spettacolo estremamente interessante e delicato, uno di quelli che hai quasi paura di ferire, anche soltanto con lo sguardo.

Un po’ come i bicchieri di cristallo nella vetrinetta antica della bisnonna: vorresti avvicinarti per provare il piacere di vederli splendere da vicino, e persino di poterli toccare, ma poi ti ricordi che sei estremamente maldestro e devi prestare molta attenzione a dove metti i piedi, per evitare di farli cadere rovinosamente, uno dopo l’altro.

Con Milagros mi sentivo proprio così, come un elefante in una cristalleria. Quando la vidi correre, la prima volta, fui mosso dall’irrefrenabile desiderio di raggiungerla, di fermarla, di fare in modo che non si allontanasse troppo, nella speranza che se fosse rimasta sufficientemente vicina, avrei potuto aiutarla.

Sfortunatamente trascurai, per ignoranza, due dettagli di non poca importanza:

– un levriero, non importa se spagnolo, inglese o arabo, può raggiungere una velocità di 80 km/h.

– un levriero spaventato, anche se difficile a credersi, può essere persino più svelto.

Decisi allora di iniziare a documentarmi, imparando, con il tempo, che non avrei mai potuto raggiungere Milagros, nemmeno se avessi equipaggiato le mie scarpe con i più tecnologici dei razzi presenti sul mercato. Imparai che avrei dovuto lasciarle lo spazio necessario a riconquistare la fiducia persa, quello sufficiente a non sentirsi rinchiusa tra le quattro mura di una orrenda gabbia, ed infine, quello che meritava per tutte le sofferenze, fino a quel momento, subite.

Imparai anche che, osservando un rigoroso codice di condotta, fatto di sguardi sfuggenti e distanze di sicurezza rispettate, condito con una spolverata di amore sincero ed incondizionato, avrei potuto aiutarla.

Accettai di buon grado che da lì ad un numero indefinito di mesi successivi, non sarei più stato io il protagonista di quel bizzarro viaggio “zaino in spalla”, ma piuttosto lei: Milagros.

Ed allo stesso modo, interiorizzai anche il fatto che avrei seguito l’intero spettacolo attraverso una minuscola e discreta fessura, che io stesso avevo creato, tra le quinte di scena.

E senza nemmeno avere il tempo necessario per rendermene conto, quello che era iniziato come un viaggio introspettivo, uno di quei percorsi in cui speri di rispolverare il tuo nuovo “io”, uscendo dagli obblighi e le pressioni di una società moderna troppo veloce, si era tramutato, invece, in qualcosa di molto più importante.

Sentivo, per la prima volta dopo la morte di Veronica, di aver davvero trovato il mio posto nel mondo. Avevo come l’impressione che la mia vita, sino a quel momento, altro non fosse stata che l’invano tentativo di far entrare una chiave troppo grande, in una serratura decisamente troppo piccola.

E, a dirla tutta, il numero di tentativi aveva superato di gran lunga la decina.

Veronica era morta tra le mie braccia, un giorno di fine inverno, quando la neve sui rami secchi degli alberi cominciava a sciogliersi, scivolando via lentamente, sino ad incontrare il terreno molle, dove il primo accenno d’erbetta aveva già cominciato a spuntare.

Era il momento del risveglio degli animali dal letargo, delle prime fioriture a farsi spazio, timide e delicate, tra gli ultimi rimasugli di neve bagnata. Era il periodo in cui il cupo alone delle giornate corte e piovose, lascia volentieri lo spazio al primo pallido sole, quello in cui ti accorgi di come, anche gli arbusti più deboli, a volte riescano a superare un gelido e rigido inverno, soltanto con una buona dose di forza di volontà.

Avrei dannatamente voluto che Veronica fosse come uno di quegli arbusti, che si scrollasse di dosso quell’ultima spruzzata di neve e si stiracchiasse, risvegliandosi dopo un lungo torpore.

Eccome se lo avrei voluto.

Ma lei, a quell’inverno, non riuscì a sopravvivere.

Ed una parte di me, se ne andò certamente con lei, dopo quel lungo, freddo ed interminabile inverno.

Se ne andò assieme ai nostri sorrisi, alle nostre risate, alle foto dei viaggi attorno al mondo, ai progetti di una vita insieme, alla voglia di costruire, di fare, di dare.

Soprattutto di dare.

Perché Veronica, di una cosa si volle assicurare, prima di lasciarsi andare a quell’ultimo accenno d’inverno: che avessi ben chiaro il concetto di “dare”.

Lei non era mai stanca di dedicarsi al prossimo, di investire il suo tempo, il suo denaro e tutte le energie e risorse di cui fosse in possesso, per regalare ai meno fortunati un futuro più decoroso, più luminoso, degno di essere vissuto. E spesso mi aveva rimproverato di peccare d’egoismo, quando ci conoscemmo.

“Forse la vita ti ha indurito il cuore, come succede se dimentichi l’argilla al sole, per troppo tempo. Piano piano, il suo contenuto in acqua evapora e la vedi, lentamente, sbriciolarsi sotto i tuoi occhi.” – mi ripeteva Veronica.

“Ma sai che c’è Marco?” – proseguiva con il sorriso beffardo di chi è sicuro d’aver ragione – “C’è che se inverti il processo in tempo, e ti preoccupi di aggiungere anche soltanto poca acqua a quel grumoso cumolo di argilla rinsecchita, puoi ancora sperare di recuperarla.”

“Ed io, io non penso che tu sia senza speranza, Marco. Non ancora, almeno.” – e mentre sussurrava quelle parole, scoppiava in una risata divertita, tipica di quelli che sanno d’aver colpito il bersaglio, proprio lì, in quel circoletto più piccolo, quello che ti fa guadagnare il maggior numero di punti, battendo così l’avversario.

Ed a distanza di un anno, quella risata riecheggia ancora nelle mie orecchie.

Anche ora, anche qui, sotto il sole cocente di questa Andalusia d’agosto, mentre cerco di regalare un senso a quel verbo “dare” al quale lei era, da sempre, stata tanto legata.

Milagros, quel piccolo cucciolo di Galgo, fuggita da chissà quale orrenda perrera per cercare un futuro migliore, sarebbe stata quella giara colma d’acqua da versare sul mio cuore d’argilla indurito, quasi incline allo sbriciolamento.

E questo, questo lo capii il primo giorno in cui la vidi.

Non perché fosse piccola e spaventata, non perché fosse sporca e piena di cicatrici, e nemmeno a causa di quelle ossa pelviche troppo sporgenti, che a tratti sembrava potessero squarciarle la pelle, ma piuttosto per ciò che aveva negli occhi: la forza di chi, di lasciarsi andare, proprio non ne vuole sapere.

La stessa forza di cui, anche gli occhi di Veronica, erano stati dipinti, sino a quell’ultimo giorno.

All’inizio non sapevo bene come avrei fatto a salvarla. A parte seguirla da lontano e lasciarle cibo ed acqua in abbondanza sulla via, non avevo la benché minima idea di come avrei fatto ad avvicinarla. Tantomeno speravo che potesse, anche parzialmente, iniziare a fidarsi di me: uno sconosciuto ragazzo barbuto venuto dall’Italia, alla ricerca di un po’ di serenità.

Erano passati soltanto cinque giorni da quel 5 agosto in cui l’avevo incontrata, ma avevamo già macinato, a volte di corsa, a volte più lentamente, oltre un centinaio di chilometri.

Per fortuna ero sempre stato un tipo piuttosto atletico, altrimenti non ce l’avrei mai fatta a mantenere il suo ritmo.

Milagros non si fermava mai. Raramente riposava o socchiudeva gli occhi, e quando rallentava per avvicinarsi al cibo che le avevo con pazienza lasciato lungo la via, lo faceva con la prontezza di chi aspetta soltanto il segnale d’inizio di una corsa d’atletica: zampe posteriori leggermente piegate e baricentro abbassato.

Sempre pronta a scattare, nel caso qualcosa fosse andato storto.

La mattina del 14 agosto, costeggiando il fiume per trovare un po’ di sollievo a quell’appiccicoso caldo che da giorni non le dava pace, Milagros arrivò alle porte di AlmerÍa.

Ed io con lei.

Ricordo soltanto che fosse una domenica mattina, perché potevo udire, in lontananza, il vociare sconnesso della gente al mercato. Le riserve di cibo con le quali avevo riempito lo zaino, prima della partenza dall’Italia, erano praticamente giunte al termine.

E le mie forze con loro.

Negli ultimi giorni avevo deciso di dimezzare le razioni destinate a me stesso, per riuscire in qualche modo a sfamare anche la piccola Milagros. Talvolta però, lei riusciva a raccogliere qualcosa anche per strada, in mezzo a quel tanto camminare. A tratti, sembrava quasi volesse dirmi: “Ehi tu, mangia, che io me la posso cavare da sola per oggi.”

Fortunatamente invece, l’acqua non era mai stata un problema. Milagros sapeva che fintanto che il nostro vagare avesse costeggiato i fiumi, ne avremmo avuta sempre in abbondanza.

Purtroppo non ricordo molto altro di quel giorno, se non una grande ed improvvisa vampata di caldo, un giramento di testa, la vista che subito si annebbia ed il corpo, esausto dopo quel lungo cammino, che si lascia lentamente andare.

Una sola immagine ad accompagnare l’epilogo di quel viaggio: Veronica, avvolta nel suo vestito giallo di lino, a fiori rosa, che mi sorride, con gli occhi colmi di stima e rispetto.

Mi risvegliai diverse ore più tardi, nel semi-buio del crepuscolo serale, acciambellato vicino ad un arbusto, nei pressi delle rive del fiume.

Tutto sembrava essere cambiato.

D’un tratto, il sole andaluso non sembrava più così caldo, i morsi della fame non più così forti e dolorosi e, la secchezza sulle labbra tipica degli ultimi giorni, decisamente meno fastidiosa. Mi stiracchiai, come intorpidito dopo un lungo sonno, cercando di riprendere possesso di tutti i miei muscoli e, con loro, anche dell’uso degli arti.

Piedi, gambe, busto, braccia e mani. Il mio cervello li scansionava, uno ad uno, cercando di capire se fossero ancora tutti funzionanti.

Fino alle mani, tutto bene.

Tirai un sospiro di sollievo.

Qualunque cosa fosse accaduta nelle ultime ore, non aveva avuto il tempo di danneggiare le mie capacità motorie.

Continuai a concentrarmi, analizzando il resto del corpo, facendo risalire il movimento dalla punta delle dita della mano destra, sino alla spalla. Poi, attraverso i nervi del collo in tensione, diritto sino ad incrociare il mento affilato ed infine, a posarmi sulle guance accaldate.

E fu in quel momento, proprio quando la mia attenzione si fermò sulla sensibilità della guancia destra, che ebbi la sensazione che ci fosse qualcosa di diverso: un tepore, un formicolio, quasi uno straccio umido a dare sollievo a tutto quel calore.

Curioso, ma anche leggermente intimorito, decisi di schiudere lentamente le palpebre per scoprire, finalmente, che cosa fosse quella strana, quanto piacevole, sensazione.

Due piccoli fanali color cioccolato, con riflessi d’ambra, mi fissavano interessati. Ci misi qualche attimo a realizzare che quella che avevo di fronte, così vicina da poterla finalmente toccare, era Milagros.

Ci guardammo per un interminabile minuto, confessandoci vicendevolmente tutte le pene di quel lungo cammino: la sofferenza della sete, della fame, la fatica del sonno perduto, la paura di lasciarsi andare, di fidarsi di nuovo.

Capimmo che, in fin dei conti, non eravamo poi tanto diversi, noi due. Non soltanto vittime di un destino per niente magnanimo, dal quale però avevamo cercato con tutte le forze di sottrarci, ma anche prede inermi di paura e timore, anime diffidenti per natura.

In quel minuto che sembrò durare tutta una vita, ebbi l’occasione di osservare Milagros da vicino e, tra le cicatrici che le solcavano il viso, scorsi una saetta di pelo bianco disegnarle la via del muso: dalla fronte, sino alla punta del naso.

Sembrava uno squarcio di sereno in una delle giornate più buie e tetre dell’anno.

In quel preciso istante decisi che il suo nome sarebbe stato “Milagros”: la traduzione spagnola della parola “miracolo”.

Perché lei, un miracolo, lo era stata veramente.

Solo pochi mesi più tardi, capii che cosa fosse davvero successo.

All’inizio di quel viaggio-avventura in Spagna, avevo deciso di portare con me una telecamera, una di quelle piccole ed indistruttibili che puoi attaccare alle bretelle dello zaino, una di quelle che ti regala il privilegio di imprimere, in modo indelebile, tutti i momenti salienti del tuo percorso. Io, quella telecamera, l’avevo utilizzata per riprendere i progressi di Milagros, fiducioso che un giorno, avremmo potuto riguardarli assieme, dal televisore di casa.

Inutile dire che i miei sogni si avverarono tutti, nessuno escluso.

Qualche mese più tardi, superato il primo faticoso ambientamento alla vita di città, ai nuovi rumori, alle persone ed al loro modo di dimostrare affetto, a volte del tutto esagerato, io e Milagros ci sedemmo sul divano (a quello si abituò decisamente molto più in fretta), convinti di voler dare uno sguardo a come tutto era cominciato, tra noi.

Solo allora scoprii, come lei mi avesse salvato da morte certa.

Quel 14 agosto, dopo essere svenuto ed aver battuto la testa su di un sasso fortunatamente non troppo appuntito, avevo perso i sensi.

La mia telecamera, però, aveva continuato a riprendere un’ombra scura e leggera che, con fare sinuoso, si avvicinava trotterellando. Era Milagros, che il senso del pericolo lo aveva decisamente molto più che sviluppato, che correva ad accertarsi che stessi bene. Quella stessa cucciola che avevo per giorni seguito, tentando invano di avvicinare con qualunque espediente, aveva preso l’occasione per mostrarmi la sua gratitudine.

Per quello che potei vedere dalle immagini della telecamera, a volte traballanti, a volte sfuocate, con la forza che solo l’amore può conferire, la piccola Milagros riuscì a trascinarmi verso il fiume, assicurandosi che fronte e caviglie ricevessero acqua a sufficienza. Dopo essersi guardata attorno, sicura dell’assenza di pericoli all’orizzonte, si accoccolò accanto a me, posando il suo naso umido sulla mia guancia bollente.

La telecamera continuò a riprendere per tutte le ore sufficienti a farmi capire che ero rimasto incosciente per giorni e che lei, forte dell’aver finalmente superato alcune delle sue paure, non mi aveva mai lasciato solo.

In quei giorni Milagros non aveva mangiato, né bevuto, né mai si era allontanata dalla mia guancia.

Inutile dire che una qualche sorta di miracolo era avvenuto davvero, e noi ne eravamo la prova.

Da quel giorno, promisi a me stesso che avrei innaffiato tutti i giorni, con abbondante acqua, il mio cuore d’argilla, affinché non si seccasse mai più.

E gli occhi di Milagros, quei teneri e dolci fanali color cioccolato, mi avrebbero aiutato a non dimenticarlo mai.

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Il vaso dell’amore

“E parte del problema è proprio questo…” – sussurrò Marta, cercando di ingoiare le lacrime, implorandole di tornarsene da dove erano venute, da quell’angolo di cuore di cui, per anni, era riuscita a mantenere chiusa la porta.

Doppia mandata, con tanto di chiavistello di sicurezza.

Come avesse fatto, nemmeno lei lo sapeva. Era riuscita, inspiegabilmente, ad ignorare quello spiraglio di luce che proveniva dalla serratura, il quale, più di qualche volta, le aveva illuminato le guance, facendola arrossire del calore dell’amore.

A volte, quel raggio di calore si mostrava solo per pochi attimi, scomparendo nel tempo di un battito di ciglia. E quelle, quelle erano le volte in cui era semplice riuscire ad ignorarlo, strapparlo a metà, come si farebbe con una di quelle scomode lettere, rimaste nascoste per anni. In quei momenti, Marta doveva solo girarsi, dare le spalle a quell’intenso e fastidioso fascio luminoso che la colpiva dritta al centro del petto, cercando di ricordarle che, prima o poi, a quelle faccende tanto scomode, avrebbe dovuto ripensarci.

Ma certe altre volte…voltare le spalle ed allontanarsi, era quasi impossibile.

Lei, quel gigantesco vaso di Pandora, proprio non lo voleva aprire. Non voleva essere, ancora una volta, soffocata da tutto quel fumo nero, denso e compatto, che le aveva annebbiato la vista, diversi anni prima. Nei momenti di debolezza, Marta si ripeteva sempre che se era riuscita ad ignorare la questione per anni, forse avrebbe potuto continuare a farlo.

Ma Pietro non era dello stesso avviso, quella notte.

“Se questo è parte del problema, Marta, dovresti quantomeno fare qualcosa per affrontarlo. Imbracciare il badile e scavare un buco profondo all’interno del tuo cuore, nel quale nasconderti all’occorrenza, non potrà funzionare a lungo…lo sai no?”

Ma se queste erano le premesse, Marta il parere di Pietro, quella notte, proprio non lo voleva sentire.

In momenti come quelli le sarebbe piaciuto tornare bambina e potersi nascondere all’interno della casetta fatta di lenzuola e sedie di legno, lasciando tutti i cattivi pensieri fuori dalla porta di cuscini. Avvolgersi nel sacco a pelo e stare a fissare l’interno del suo guscio di sicurezza, dipingersi delle stelle proiettate dalla lampada sul comodino. Quella rotante, che faceva sembrare anche le notti burrascose, tra le più belle e luminose.

“Ma si cresce no?” – proseguì Pietro. “L’era della comfort zone è finita, Marta. Lo sai pure tu che, vent’anni, sono ormai troppi per potersi rifugiare all’interno della capanna di lenzuola. E’ un gioco che funziona quando sei bambino. Ma quando cresci, i problemi non possono più essere chiusi fuori da un portoncino fatto di cuscini. Lo capisci vero?”

Pietro non era sicuro di aver centrato il bersaglio. Con Marta si conoscevano da quando erano bambini, e riuscivano ormai a capirsi anche solo ascoltando il suono dei reciproci respiri. Tuttavia, quella sera Marta pareva diversa.

Una linea di preoccupazione le solcava la fronte, e la si poteva vedere aprirsi un varco tra i capelli scomposti che le accarezzavano la fronte. Ma questo non era l’unico dettaglio strano, quella notte. Gli occhi di Marta erano persi nel vuoto, a tratti sognanti, a tratti disperati, cercando di rincorrere quella risposta a cui tanto piaceva giocare a nascondino.

Per tutto il tempo di quella chiacchierata, i loro sguardi non si erano mai incrociati e, chiaramente, non era stato solo un caso.

Ma Marta sapeva che se avesse, anche solo per caso, incontrato gli occhi blu di Pietro, quella notte in cui le stelle in cielo c’erano davvero, avrebbe rischiato d’avvicinarsi troppo al coperchio di quel vaso di Pandora, rimasto per anni chiuso.

E parte del problema, era proprio questo.

Un’ampolla di neve

A qualcuno piace cantare sotto la pioggia, ad altri ascoltarne il rumore, altri ancora preferiscono il sole e, perché no, c’è persino chi adora essere cullato dall’ululato del vento, specie quello invernale, freddo ed insistente.

A Lucia, invece, piaceva camminare sotto la neve. Che fosse una di quelle nevicate deboli e non troppo sicure di sè, o una folle ed incazzata bufera di Gennaio, a lei non importava.

Lucia usciva comunque, accompagnata dall’inseparabile berretto rosso schiacciato sulle tempie e dalle manopole di lana, quelle che le aveva lavorato la nonna, coi ferri da maglia. Differentemente dalle altre sue passeggiate, quando nevicava, l’Ipod lo lasciava a casa.

“Perché la neve merita d’essere ascoltata.” – diceva sempre.

“La neve merita attenzione, merita tempo, merita occhi innamorati, braccia pronte a scaldarla, facendola sciogliere lentamente sui palmi di mani premurose. La neve merita d’essere amata.” – diceva Lucia.

Ed era proprio ciò che lei faceva, in giornate come quella.

Lucia ne respirava l’odore intenso, a pieni polmoni, cercando di distinguerne, come fosse un gioco, tutti i più piccoli odori che potesse appena percepire. C’era quello pungente degli abeti, forse principe tra tutti, seguito da quello più umido, di corteccia bagnata e terriccio instabile e molle. Ad un secondo respiro, più profondo ed attento, Lucia poteva persino percepire note di cannella e di cioccolato, uscire dagli infissi delle case del vialetto che stava percorrendo. I camini accesi, i bambini in pigiama a giocare con il trenino di legno e le bambine con le mani sporche d’impasto, aiutando le mamme a preparare i biscotti allo zenzero.

La neve sui loro tetti e porticati non era altro che la perfetta cornice di quell’idilliaco quadro domenicale, pensava.

Ed intanto, si perdeva a fantasticare sul suo, di quadro perfetto, che immaginava come un’ampolla di vetro, una di quelle con la neve all’interno, in cui i visi dei personaggi che la abitano sono sempre, tutti, sorridenti.

E forse, era proprio per questo che la neve le era sempre piaciuta così tanto.

Non per il profumo, non per il rumore ovattato che i suoi scarponcini producevano calpestandola, e nemmeno per l’aspetto romantico e fiabesco che riusciva sempre a conferire a tutto.

Forse, in fondo, a Lucia piaceva la neve perchè la immaginava sporcare dolcemente il vialetto della sua futura ampolla di vetro, e lasciarsi appallottolare dai marmocchi felici ed eccitati, nel vederla per la prima volta…

…sì, perché Lucia era certa che anche i suoi figli avrebbero avuto una grande passione per la neve, proprio come la madre.

La verità, la verità era che la neve era sempre stata parte della sua idea di fiaba, e sempre lo sarebbe stata.

Ecco perché Lucia la amava tanto.

Simona e la pioggia

E’ la mattina il momento che Simona ama di più, quell’attimo in cui apre gli occhi, ancora appiccicosi del sonno della notte precedente, stiracchia tutti gli arti, uno dopo l’altro, riprendendo coscienza del suo corpo, di ciò che la circonda e del tepore del piumone che la avvolge.

Il caffè sobbolle nella moka, disperdendo il suo aroma caratteristico in ogni angolo della stanza: è un misto di chicci tostati e frutta candita la nuova miscela che Simona ha comprato nel negozio di spezie turco, quello vicino al parco in cui tanto le piace camminare.

Ancora assonnata e con un piede sul sentiero del mondo dei sogni, infila le cuffiette bianche nelle orecchie, con delicatezza ed attenzione, come a dover far combaciare perfettamente i due tasselli mancanti di uno stesso puzzle. Le piace ascoltare i suoni della natura al mattino appena sveglia, lasciandosi cullare dal gorgoglio della cascata, facendosi accarezzare dal frusciare delle foglie, prima sul volto, poi sulle spalle, fino ad accoccolarsi nell’angolo del suo appartamento che preferisce: la bow window che affaccia sulla strada.

Da lì Simona ascolta il rumore della pioggia, la guarda cadere impaziente, noncurante degli abiti dei passanti e delle foglie che bagnerà.

La pioggia le ha sempre infuso un senso di pace profonda.

Della pioggia le piace il rumore, un cadenzato ed ordinato ticchettio sul quale si può sempre contare…perché la pioggia arriva sicuramente quando ne hai bisogno, a lavare via tutte le paure con mani sapienti e delicate, a coprire le lacrime con lenzuola di seta leggere, a strappare una risata quando hai dimenticato l’ombrello a casa e ti trovi in mezzo alla strada, col giornale appena comperato zuppo d’acqua.

La pioggia è il perfetto sottofondo delle notti d’estate: un fresco ventaglio che offre sollievo dal caldo torrido della giornata appena trascorsa, una pennellata opaca e misteriosa sul sorriso della luna, una ninna nanna delicata, che discreta si fa spazio tra le tende sbaciate del soggiorno, una poesia scritta a mano libera.

Simona potrebbe perdersi per ore ad osservarne la trama, ad ascoltarne la melodia, perché ogni volta è diversa, ogni volta ha qualcosa di nuovo da dire, ogni volta ha una ferita aperta da lenire.

A Simona piace pensare che la pioggia sia un balsamo speziato con un pizzico di menta, ideale per tutti i malanni di stagione, compreso l’amore.

Ed a me piace pensare lo stesso.

I wanna grow old with you

E’ una domenica mattina qualunque qui a Berlino: il cielo è terso ma non troppo, la nebbiolina fine ed umida si deposita su cappotti e foglie, avvolgendoli di uno strato lucido e trasparente, simile a quello creato dalla vernice di finitura che si utilizza sui mobili restaurati…una patina che non copre ciò che è vecchio, ma gli conferisce soltanto un aspetto più fresco, lasciandone inalterata quelle che è la sua vera essenza, il suo passato, il suo vissuto.

Il profumo delle conifere è ovunque, quasi a ricordare ai cuori dei berlinesi che il Natale è alle porte…anche a quelli più aridi, impietriti dal corso della vita. E’ Natale anche per voi anime disperse che vagate nei meandri di quell’intricato labirinto fatto solo di sofferenze e catene. E’ Natale anche per voi che non vi abbracciate più da tempo, che vi stringete nel vostro caldo maglione di ciniglia color prugna, con i polsi avvolti nelle lunghe maniche, la gola riscaldata da quel collo alto con i bottoni sul lato, che vi fa sentire tanto caldi fuori, quanto freddi dentro.

E’ una domenica mattina qualunque quella in cui, camminando per le vie del Giardino Botanico, vedo loro: due ombre non troppo lontane per poterne apprezzare i particolari. Le schiene curve, le andature lente ed insicure, i volti chini verso le scarpe, attenti a non inciampare sui ciottoli del vialetto che attraversa il bosco di conifere. Camminano l’uno accanto all’altra, forse sono marito e moglie, chi lo sa, ma di certo si amano, e lo fanno da tempo. Nonostante il bastone che entrambi sono costretti a portarsi dietro, si tengono le mani a vicenda, mani ruvide e rugose, macchiate dal sole e dalle venature del duro lavoro, segnate dal tempo e dagli eventi, ma calde d’amore, nonostante la temperatura accarezzi, con dita di ghiaccio, lo zero.

Voglio invecchiare come loro – penso. Voglio arrivare a non reggermi più in piedi,  costretta ad affidarmi ad un bastone per andare avanti, ma essere ancora in grado di amare, di provare quell’unico calore per cui valga la pena di sopravvivere.

Li guardo avvicinarsi e piano piano, come si scorrono avidamente le pagine di un libro dalla trama coinvolgente, comincio a scorgere i più piccoli quanto più interessanti dettagli dei loro visi. Lui porta una coppola nera, abbassata sulla fronte, e lei un baschetto dello stesso colore, che scivola discreto sulla chioma ormai sale e pepe, ma ancora folta ed ordinata.

Non capisco quello che dicono. E’ un peccato – penso, ma poi incrocio i loro sguardi e mi convinco che le parole, in alcuni casi, non siano poi così importanti. Hanno occhi che parlano, che traducono le loro conversazioni in una assai ordinata trama di emozioni…una scacchiera in cui i quadrati bianchi sono le volte in cui si sono detti “ti amo”, e quelle nere…beh, quelle sono le volte in cui si sono sopportati appena, in cui si sono insultati o urlati contro. Perché alla fine è così, non ci sono solo giorni “si” in cui puoi fare un lungo passo verso un’altra mattonella bianca, tenendo per mano la persona che ami. Esistono anche giorni “no”. Giorni in cui dagli alberi non cadono fiori d’arancio, ma solo pigne e ricci: appuntiti e pesanti. Giorni in cui l’aria non profuma di primavera e di brioches calde, ma solo di foglie secche, umidità ed autunno.

Ma a me piace anche questo, perché quando il riccio si schiude, di violento e doloroso al suo interno non ha proprio nulla. E lo stesso vale per le foglie, che sotto a questo velo di tristezza autunnale, celano quelli che sono i più bei colori della tavolozza di un pittore: rosso, giallo, arancio e marrone.

Ed allora mi dico che la cosa più importante è solo aver voglia di invecchiare insieme, perché quando ho incrociato i loro occhi, occhi segnati dalla fatica delle discussioni, dal dolore dei tradimenti e dei litigi, ho visto un filo rosso. Proprio come quello che, nella leggenda asiatica, unisce indissolubilmente le anime affini. Forte, duraturo nel tempo, destinato a far incontrare le anime gemelle.

Ed era un filo che con le sue morbide curve scriveva:

“I wanna grow old with you.”

“Voglio invecchiare con te.”

Ich möchte mit dir alt werden.”

in tutte le lingue che il cuore conosce.

Come bolle di sapone

A Giuditta piace fermarsi sulla riva del fiume a fissare le bolle di sapone, specie quelle prodotte dall’uomo col cappello, meravigliosamente grandi e dai colori d’arcobaleno. Si può perdere per ore, ammirando la piscinetta azzurra colma di acqua e sapone, per la maggior parte sparsi a terra, a dipingere il cemento dei colori del cielo.

E’ sempre circondata solo e soltanto da bambini in festa, che giocano a romperle, una dopo l’altra…forse perché, in fondo, le bolle di sapone sono cosa da bambini, no?

Ma quei bambini non sanno che anche Giuditta è una delicata bolla di sapone, uno di quei vasi estremamente preziosi e costosi, con la grande scritta “FRAGILE”, in inchiostro nero, su uno dei lati della scatola nella quale vengono trasportati. Giuditta è talmente elegante ed esile nell’animo che certe volte puoi vederla librare in aria, come un puro gabbiano dalle grandi ali bianche.

Ho avuto la fortuna di vederla prendere il volo, un mattino di primavera, quando ancora il sole si stropicciava gli occhi tra le sue coperte fatte di nuvole candide e soffici. Era maestosa, immensa, quasi a rassomigliare un’aquila, per splendore e magnificenza. Era sola, come spesso accade, e la flebile luce mattutina le si rifletteva sulle piume, creando arcobaleni del tutto simili a quelli prodotti dalle bolle di sapone.

Sarà per quello che lei le ama tanto, mi sono chiesta?

Giuditta, a differenza dei bambini eccitati sulle rive del fiume, le bolle di sapone non le rompe mai. Sarebbe come far svanire un sogno, pensa lei, uno di quelli nati in un pomeriggio d’inverno, dove i colori delle bolle di sapone sono gli unici a rasserenare il cielo cupo e grigio e ad aprire uno squarcio di sereno anche nel suo cuore. Ecco perché vedere l’acqua che si riversa a terra, scivolando via senza lasciare che una macchia scura sul cemento, le ha sempre fatto tristezza. Ogni volta si sente un po’ morire dentro, ogni volta è come se una parte di lei se ne andasse, se una goccia dei suoi sentimenti si infrangesse a terra, producendo un leggero eco di frastuono all’interno del suo cuore.

Ma non è solo questo.

Giuditta le bolle di sapone le ama perché ci può vedere l’anima delle persone riflessa. Le ricordano i pomeriggi passati a passeggiare con il suo ragazzo, in quel meraviglioso parco al centro di Londra. Era una domenica di metà marzo, avevano fatto colazione in quella pasticceria all’angolo della via dove abitavano, rivolti verso i “Quays“, ammirandone le barchette della scuola di vela prendere il largo, un po’ goffamente, soprattutto quelle dei principianti. Lei aveva ordinato un cappuccino ed una brioche con la crema di mandorle. Per lui invece, solo un caffè. E questo avrebbe dovuto dirla lunga sulla loro relazione.

“Non ti fidare di chi non fa colazione al mattino” – le diceva sempre la nonna.

Ma lei si era fidata comunque, testarda e dritta verso il suo obiettivo, come un gabbiano in picchiata, diretto verso il fiume, dopo aver visto un succoso pescetto sguazzarci dentro.

Si era sbagliata, si…ma se ne era anche accorta.

E fu durante quella stessa mattina, dopo aver visto il volto del suo ragazzo riflesso in una bolla di sapone, che lui stesso aveva, cinque secondi dopo, scoppiato, che capì tutto.

Le anime gentili non scoppiano le bolle di sapone, le lasciano volare in cielo, sospese dall’aria e dal vento, volteggiare riflettendo tutto ciò che le circonda, sino a perdersi nel punto più alto della città, lasciando sotto di esse soltanto stupore e meraviglia.

Giuditta era decisamente una bolla di sapone, quel giorno lo era stata più che mai.

Would you lie with me and just forget the world?

Non decidiamo di chi o che cosa innamorarci. E’ un qualcosa che succede e basta, indipentemente dalla nostra volontà, dalle nostre opinioni, a prescindere dalla forza che mettiamo nel ribellarci al corso degli avvenimenti.

Certe cose non le puoi controllare e talvolta mi dico, tanto vale farsene una ragione e smettere di lottare contro i mulini a vento. Inutile convincersi che siano giganti di proporzioni enormi, troppo potenti per essere sconfitti, proprio come il povero Don Chisciotte fece, guidato da un misto di pazzia, ignoranza e contorti percorsi mentali.

Le questioni di principio non esistono, tantomeno in amore.

E non è amore soltanto quello che ci fa battere il cuore per un’altra persona, quello che riconosciamo per via dei crampi allo stomaco, i cambi d’umore e la voglia di scrivere frasi sdolcinate ad ogni ora del giorno e della notte.

Amore è anche fermarsi a guardare, da soli, un tramonto infuocato, stringendosi nella propria sciarpa grigia di lana, perché fuori fa ancora freddo. E’ stringere tra le mani una tazza di cartone contenente caffè bollente e fumante, magari speziato, e lasciarsi trasportare dai profumi che esso porta con sè. Seguirne la scia lasciata dal vapore che esce dalle fessure del contenitore d’asporto, chiudendo gli occhi ed immaginando di essere in qualunque parte del mondo, eccetto quella nella quale ti trovi.

Amore è anche camminare senza una meta, sulle sponde del fiume, in un gelido sabato pomeriggio d’Aprile, lasciando catturare la propria attenzione da un ragazzo che canta, accarezzando le corde della sua chitarra con la stessa delicatezza che userebbe facendo l’amore con la donna che ama: bruciante di passione, impaziente di far uscire le parole “Ti amo” dalle sue labbra, trepidante all’idea di trascorrere la notte con lei.

Mi fermo ad ascoltarlo per qualche istante, giusto il tempo di accorgermi che la melodia che esce dalla cassa della sua chitarra acustica è “Chasing cars” degli Snow Patrol. Ed allora mi perdo ad osservarlo, dimenticando quanto sia noioso il vento freddo che mi scompiglia i capelli, ignorandone i freddi refoli che si fanno spazio tra le pieghe della mia sciarpa, ma lasciandomi solo trasportare in quel luogo del mondo che tanto amo. Un piccolo, infinitesimale spazio che alberga nel mio cuore, una specie di scrigno ben sigillato in cui cerco di custodire, abbastanza gelosamente, tutte le più belle emozioni che riesco ad acchiappare, durante le mie giornate.

E tu, sei decisamente una di queste. La tua musica lo è, la voce graffiata che esce dalle tue corde vocali, grezza e priva di virtuosismi, proprio come lo è la tua chitarra acustica, malconcia e graffiata, proprio lì, nel punto in cui le tue dita ne sfiorano le corde.

“Portami dove vuoi” – penso. Ed in un attimo ecco che divento tutt’uno con i polpastrelli delle sue mani affusolate e magre, arrossate dal freddo. Canto assieme a lui, in un romantico ed intricato groviglio di voci innamorate. I nostri sguardi si incontrano innumerevoli volte, in un turbinio di passioni ed impazienza di conoscersi. Gli sfioro i capelli, neri come la pece, folti come le foglie del cipresso che gli fa da riparo durante le giornate di pioggia, scompigliati almeno tanto quanto la sua voce emozionata, nel tentativo di ricambiare i miei sorrisi.

Presto perdiamo il conto dei minuti che passano, i contorni del Tamigi diventano sfuocati, così come l’entrata principale della Tate Modern alle nostre spalle. I nostri corpi diventano una sola anima, che si fa trasportare lenta sul pentagramma della sua musica, cullati dal vento che ne fa da colonna sonora, immersi in un quadro di Monet, circondati dalle sue ninfee.

E mentre dalle sua labbra esce la frase di chiusura della canzone, “Would you lie with me and just forget the world?”, capisco d’essermi innamorata, ancora una volta, sempre per caso, come spesso succede, non di una persona ma dell’emozione che essa mi regala.

Una di quelle che andranno a riempire lo scrigno, facendosi spazio tra le altre…

Il posto del cuore

Tutti hanno un posto del cuore, uno di quelli che rimane legato ai ricordi dell’infanzia, così strettamente come fa la verde edera quando vuole arrampicarsi, a tutti i costi, sulla staccionata del giardino del vicino.

Tutti hanno un luogo a cui sono particolarmente affezionati, uno di quelli che…quando ci pensi, ti viene da sorridere, un po’ per la tristezza d’essere diventato grande, un po’ per la malinconia nel ricordarli, ed un po’ per la voglia di tornarci.

Il mio è la casa al mare: una facciata color terra di siena, con due grandi occhi a mezzaluna che s’affacciano sulla baia di Cagliari ed una distesa di fiori ed alberi profumati.

Ed è così che a volte mi perdo, annusando un odore familiare, avvistando un colore che me la ricordi, o soltanto percependo il calore del sole sulle spalle, proprio come fossi seduta in terrazza, con la schiena rivolta verso la veranda, a leggere il mio libro. Comincio a viaggiare nel taccuino della memoria, sfogliandone le pagine più significative, odorandone il sapore del pesce fresco al mercato, respirandone a pieni polmoni il gusto salubre dell’acqua cristallina, librandomi alta nel cielo come il più maestoso dei gabbiani, reduce da una estenuante giornata di volo.

E nemmeno il tempo di svegliarmi che subito mi ritrovo sull’amaca in giardino, con gli occhi assonnati, volti a cercare i raggi del sole tra i rami e le foglie dell’ulivo che la sorregge, facendomi cullare dalla ninna nanna prodotta dal vento, a tratti più veloce, a tratti più lenta.

Nonna mi chiede se voglio il tè delle cinque, contornato di qualche biscotto e/o varie leccornie da lei preparate e, anche volendo, è impossibile rifiutare l’offerta. Tutto è pronto in terrazza: la tela cerata stesa sul tavolo di legno scuro, i fermatovaglia di metallo per non farla volare via, e poi ancora la scatola dei biscotti, di quelle blu di latta, rotonde e tipiche dei “butter cookies“, con impresse sopra le immagini di un gruppo di donne altolocate che bevono il tè. E’ sempre la stessa da 29 anni…probabilmente anche di più, ma nessuno se ne è mai stufato, io per prima. Ovviamente al suo interno non ci sono gli originali “butter cookies“, ma avanzi di “Macine”, “Oro Saiwa”, “Pan di Stelle” e quanto altro, tutti mischiati assieme a ricordare, molto più che vagamente, il sapore di casa.

Il tè è sempre stato un rituale, che fossero le cinque o le quattro, che facesse caldo o un po’ più fresco…il tè s’è sempre bevuto. “Perché il tè disseta” – dice sempre la nonna. Per cui, anche a 29 anni, il tè delle cinque con 40 gradi all’ombra si beve. Ed è così per tutti, anche per il nonno, che subito deve mollare piccone e pala a terra, abbandonare la costruzione della recinzione o di qualunque altra attività si stia occupando, e correre a bere il tè.

Ma non è tutto. Sono cresciuta al ritmo del piccone del nonno, intento a battagliare con le radici di qualche albero…ogni anno uno nuovo, sempre diverso e sempre più forte. Anche il rumore della zappa non è mai mancato, ad essere sincera. Perché ogni giorno c’era una nuova parte di terreno da trattare, ogni giorno c’è sempre stato un nuovo progetto, un nuovo lavoro, un “qualcosa” da sistemare. Perché il nonno è così, alla veneranda età di 86 anni ancora ha la zappa in una mano ed il piccone nell’altra e, quando sono questi gli attrezzi che utilizza, allora si passa a sega e rastrello, per eliminare le foglie delle palme malate.

E poi ci chiediamo come sia possibile che un luogo ci entri nel cuore…forse perché, in fin dei conti, sono le persone a dargli il valore che ha.

Il mio posto del cuore è un cumulo di ricordi, ammassati disordinatamente l’uno sull’altro, che profumano di casa e di mare e di fiori.

 

L’albero perfetto

Scrivere seduti sotto ad un grande albero a Central Park è una cosa da disperati romantici, tipica solo dei film e di pochi altri romanzi…lo so…

Fa qualche differenza se io sono a Londra invece che a New York? No, non credo…sempre disperatamente romantica sono e rimarrò.

Ma perché no, mi dico, perché non recuperare uno di quelli che è il più antico rapporto che l’uomo abbia mai avuto? Il contatto con la natura, la sensazione di camminare a piedi nudi sull’erba appena germogliata, ancora d’un verde intenso ed accecante, ancora disordinata, senza una direzione ben precisa. Per quale motivo non dovrei respirare, a pieni polmoni, quella brezza dispettosa, a tratti ancora fastidiosamente fredda, entrarmi nelle narici, così come tra la fessura delle labbra semi aperte e contratte, occupate nell’atto di concentrarsi.

La stessa che si diverte a scompigliarmi i capelli, dando loro forme sempre più improbabili, anche dopo la doccia, anche appena dopo la piega. Ma in fondo, è quello che mi piace di lei, l’innocenza con cui si prende la libertà di scherzare, la forza con cui fa valere le sue ragioni, la determinazione tipica solo di chi vuole raggiungere un obiettivo, a qualunque costo, pagando qualsiasi prezzo.

Tuttavia, non tutti gli albero sono uguali, non tutti sono tanto confortevoli da poter accogliere la forma della tua seduta…ci sono alberi ed alberi.

Ma come riconoscere quello perfetto?

Lo puoi fare solo provando a sedertici vicino, tentando di incastrare la tua schiena tra le nodose venature che esso ha creato durante gli anni, facendoti spazio tra un ciuffo d’erba troppo pronunciato ed  uno troppo morbido, di quelli che non rende la seduta confortevole.

Che poi, che importa anche se è bagnata?

In fin dei conti niente, al massimo avrai da lavare via un paio di macchie d’erba da un vecchio paio di jeans, o spolverarti le mani da un po’ di terra di troppo. Che importa tutto ciò quando hai una bic, nera o blu che sia, una manciata di pagine color avorio su cui scrivere e tanta, tanta voglia di sognare in tasca?

Ora scappo, perché sta cominciando a piovere…ma nemmeno questo importerebbe, se non fosse per il mio taccuino…

Dove mi porti questa volta?

Quando viaggio sono sempre agitata, posseduta da un alone di inquietante follia, voglia di scoprire, capire, vedere, meravigliarmi, stupirmi di fronte a paesaggi nuovi…un po’ come fanno i bambini, con il naso schiacciato contro le vetrine dei negozi di caramelle. Molto spesso dimentico di mangiare, talvolta non mi accorgo del tempo che passa ed a tratti ignoro, quasi completamente, chiamate e messaggi.

A volte penso che al posto del sangue, nelle mie vene scorra la linfa del viaggio, specie quando dito medio ed indice premono insistenti sulla tastiera del portatile e sui pulsanti del mouse, impazienti, elettrizzati e bisognosi di cliccare l’indicatore “acquista”, sulla videata internet.

Che siano biglietti aerei, del treno o semplici entrate ad un museo, un campanello s’accende subito…il campanello del viaggiatore, di quello che ha bisogno d’esplorare per non morire, di colui che necessita di mettere i suoi piedi, uno dopo l’altro, su sentieri mai battuti prima, sconosciuti ai più. E’ come se tutto, attorno a me, case, alberi, fiori e strade, assumesse i contorni di splendide favole, in cui io sono la protagonista, con il mio zainetto rosso in spalla e gli occhi a forma di cuore, imbambolata di fronte al sentiero con la volta di glicini lilla ed i tulipani rosa ai lati della strada.

Spesso il luogo non fa differenza, non che il mondo sia tutto uguale, certo, è solo che credo valga la pena di esplorarne ogni angolo più remoto, dai posti in cui non splende mai il sole, sino a quelli in cui è anche troppo cocente.

E perché non spingersi sino alle pendici dei monti più alti per vedere l’alba sorgere dietro di essi? O il sole tramontare dietro ai lunghi colli delle eleganti giraffe? Le gazzelle che si rincorrono, calpestando i fili d’erba ormai ingialliti dal caldo torrido…ed ancora i pinguini, fare simpaticamente a gara a chi si tuffa più lontano. Ed i camaleonti, cambiare colore nelle situazioni di pericolo, dal verde, al blu e rosso, così come fa il cielo nei paesi del Nord, assumendo pennellate di colore simili solo ad un quadro di Van Gogh. E cosa mi dite dei mercati in Oriente? L’odore pungente di spezie, i toni caldi del marrone cioccolato e del rosso mattone, lo schiamazzare dei venditori ambulanti che cercano, con qualunque mezzo possibile, di attirare la tua attenzione. I ninnoli appesi ai tendoni dei loro negozi, d’oro, argento ed ottone, intonare dolci melodie che ricordano “Le mille e una notte”, così come le sete dei vestiti delle loro donne, tinte di toni pastello, probabilmente colori vegetali, e rimaste a bagno per chissà quanto tempo assieme a quell’invitante mix di zafferano, sandalo e curcuma. E se diamo uno sguardo ancora più ad Est, quale panorama migliore se non quello del sole che sorge dietro gli isolotti della baia di Hanoi e le sue giunche color dell’ebano con vele avorio. Le gite in canoa a perdersi tra gli alti fili verdi delle risaie, con il tipico cappello di paglia poggiato sulle tempie, per evitare di scottarsi per via del sole…che poi, tanto, ti bruci lo stesso.

Poi ad un tratto ti risvegli e la stessa pagina internet è ancora lì, aperta sullo schermo del tuo computer ed il tasto “acquista” è solo in attesa d’essere premuto.

Dove mi porti questa volta?