Il viaggiatore solitario

Era una soleggiata mattinata invernale, una di quelle in cui i raggi ti sfiorano tiepidi le gote, facendole arrossare timidamente. Era uno di quei giorni in cui soltanto candide e soffici nuvole bianche sporcano l’azzurro carico del cielo, rendendo tutto, anche le foglie, dannatamente luminose.

Serena stava facendo colazione in pasticceria, la stessa in cui andava da anni, seduta al tavolino vicino alla vetrata, decisamente il suo scorcio preferito sul mondo. Mangiava il suo cornetto al pistacchio, buffa ed impacciata come una bambina di 5 anni e, diciamolo, erano più le briciole che cadevano per terra che non quelle che riuscivano davvero ad entrare nella sua bocca. Ma questo succedeva quando qualcosa catturava l’attenzione di Serena e, quella mattina, era successo proprio così. Guardava, imbambolata come di fronte ad un tramonto di fuoco osservato dalla spiaggia, il ragazzo appena entrato nel locale.

Aveva i capelli scuri, era slanciato ma non troppo, indossava un’aria sognante e, nonostante fosse mattino presto, un mezzo sorriso faceva da cornice al suo volto innocente. Ma tutto questo era passato in secondo piano quando, finita la scansione a raggi X di routine, Serena aveva incrociato il suo sguardo, uno sguardo fatto di storie da raccontare, di avventure vissute e d’emozioni provate. Non aveva mai visto occhi così intensi e le ricordavano, a tratti, quegli elefanti in ebano, intagliati a mano, che aveva acquistato dagli artigiani di Colombo, durante il suo viaggio in Sri Lanka. Stare a guardarlo era come tuffare lo spiedino di frutta all’interno del pentolino di rame contenente la fonduta di cioccolato bollente: un intrigante mix di scoperta, attesa e dolcezza.

Il ragazzo misterioso s’era seduto nel tavolino accanto al suo, rendendole il rito della colazione, una complicata operazione militare senza possibilità di riuscita. Le briciole aumentavano, così come le pennellate di colore sulle sue guance, prima rosa confetto, poi tinta salmone, sino a virare verso il porpora, una tonalità che di certo sarebbe stato impossibile nascondere, di lì a poco. Aveva ordinato, anche lui, una brioche al pistacchio, decisamente una coincidenza rara considerando che Serena credeva d’essere l’unica a mangiare una simile schifezza per colazione.

Lo osservava appoggiare le mani screpolate dal freddo sulle pareti della tazza bollente, e riusciva soltanto a pensare che c’era qualcosa di dannatamente magico nel suo atteggiamento. Ma quando il ragazzo misterioso tirò fuori dal suo zainetto una Lonely Planet, dall’aria vissuta e piena di post it colorati appiccicati ovunque, Serena capì subito…

Quello non era un ragazzo, quello era un viaggiatore. Ed ecco spiegata l’aria sognante, lo sguardo profondo ed il sorriso ammaliante sulle labbra.

“Guardati bene dai ragazzi che viaggiano” –  le aveva sempre ripetuto la nonna. “Sono intelligenti, indipendenti, hanno spirito di osservazione, voglia di conoscere il mondo, assaporare gusti nuovi, immergersi sino in fondo nella cultura d’altri popoli. Sono ragazzi che possono intimorire per la bramosia con cui guardano ad un nuovo viaggio, a tratti spaventare anche…ma vedi cara Serena, quando un ragazzo che viaggia ti regala il suo cuore, è come se assieme a questo ti facesse il dono d’entrare in uno dei suoi viaggi, uno dei più belli, uno di quelli in cui la foresta amazzonica profuma d’orchidee e rugiada, uno di quelli in cui le piantagioni di tè crescono alte e rigogliose sulle colline indiane, un viaggio di quelli in cui si fa l’autostop, zaino in spalla e cuore leggero. Probabilmente è la specie d’uomo migliore che tu possa incontrare, perché guardandolo negli occhi non avrà mai di che annoiarti. Un giorno ti sveglierai guardando gli elefanti alzare le loro proboscidi durante un’alba africana, ed il giorno seguente potresti trovarti ad assaggiare spezie all’interno di un Suq in Oriente, o perché no, a fare l’amore in una palafitta in Thailandia, circondata soltanto dall’Oceano cristallino e da un soffitto di stelle.”

La nonna aveva proseguito dicendole: “Innamorati di un ragazzo che viaggia, Serena, fallo e viaggia a tua volta, attraverso i suoi occhi, ma non solo. Viaggiate assieme se potete, perché le emozioni condivise non sono mai dimezzate anzi, tutto ciò che passa attraverso due cuori ne esce estremamente rafforzato e decisamente moltiplicato in intensità e valore.”

Ecco perchè il ragazzo misterioso aveva attirato la sua attenzione.

Non era soltanto un ragazzo, quello era un viaggiatore.

Ed il suo nome era Marco.

 

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La amo perché…

Perché la amo? E’ semplice. Disse Marco rivolgendosi a Fabio, il suo migliore amico sin dalla nascita.

Hai presente il modo in cui il tiepido sole primaverile le fa arrosire le guance? Quello stesso sole che fa riflettere nei suoi occhi migliaia di pagliuzze dorate, a fare contrasto al blu intenso della sua iride. I gesti lenti e disinvolti con cui si lega i capelli, formando una crocchia alta sulla nuca, prima di fare qualcosa che richiede attenzione. Qualche ciuffo ribelle le rimane sempre fuori, disegnandole i contorni del viso e seguendo le linee lunghe e distese del suo collo filiforme. Mi piace quando inarca il labbro superiore per sorridere, teneramente dipinto di un rosa tenue, perchè a lei i rossetti accesi proprio non piacciono. Tuttavia, non solo credo le donerebbero, ma farebbero anche da cornice perfetta ad un viso candido e puro, come a riprodurre una macchia colorata su di una tela intonsa, appena acquistata al colorificio.

Ricordo la prima volta che la vidi, alla galleria d’arte. Era una calda giornata di giugno ed il suo sguardo era assorto, perso nelle pennellate di colore del quadro che stava osservando, un quadro che, francamente, non avrei mai capito, nemmeno dopo ore ed ore di attenta meditazione. Era avvolta in un prendisole azzurro, costellato di tanti piccoli fiorellini lilla, perfettamente intonati alla fascia che portava, a legarle i lunghi capelli color dell’oro. Non mi notò subito, anzi, non mi notò per niente, a dirla tutta. Dovetti seguirla per tutto il percorso della mostra, prima di ricevere un solo, breve e sfuggente sguardo. Fu amore a prima vista, il mio, uno di quelli che ti travolge all’istante, come a seguito del passaggio di un ciclone, lasciando tutti i fili d’erba e grano ben appiattiti al terreno, incapaci di rialzarsi.

Decisi di seguirla sino al bar, ed osservai, senza farmi sfuggire il benché minimo gesto, la sua merenda: un cappuccino d’orzo con una ricca schiuma ed un paio di coloratissimi macarons ad addolcirle il pomeriggio. La fissai per minuti interi bagnarsi le labbra di quel dolce latte ambrato, così come sgranocchiare goffamente i preziosi dolcetti variopinti che teneva tra le mani. Era bella da togliere il fiato, soprattutto perchè non staccava, nemmeno per un attimo, gli occhi dalle pagine del suo libro, rendendo il momento della merenda una scena teneramente goffa. Le briciole cadevano a manciate nel solco creato dalle pagine e, la schiuma del cappuccino, le si depositava sulla punta del naso, rendendola buffa, ma allo stesso tempo estremamente dolce.

Perché la amo, Fabio? Perché nei suoi occhi vedo riflessa l’immagine dell’uomo che vorrei diventare, forte e deciso, ma anche dolce e comprensivo, quando serve. La amo perché con lei non devo fingere d’essere qualcosa che non sono, né mentire a me stesso indossando la maschera del ragazzo perfetto ogni giorno.

Perché la amo, Fabio?

Ecco perché la amo.

Da una mansarda all’altra…

Ultima notte prima del trasloco, in questa mansarda che mi ha accompagnata, fedelmente, per i primi mesi della mia esperienza londinese.

E’ tempo di riflessioni, di pensieri…è il momento in cui si pesano sulla bilancia le esperienze vissute, belle o brutte che siano state, sempre assaporate sino in fondo, con lo stesso entusiasmo di quando da piccoli si rubano i frutti più succosi e maturi dagli alberi.

Ecco che allora decido di prendere il mio taccuino, come sempre succede quando ho bisogno di vederci chiaro, facendo scorrere la penna lieve sulle poche pagine ancora rimaste, volutamente invecchiate ed ingiallite. Scrivo sdraiata su quello che, ancora solo per stanotte, sarà il mio letto, con le gambe incrociate, in posizione decisamente meditativa. Accendo anche un po’ di musica, scelgo “Clair de Lune” di Debussy per accompagnarmi in questo viaggio fatto di bilanci, perchè il suono soave delle dita sul pianoforte mi distende i muscoli, affaticati e tesi dopo una pesante settimana.

Non è stato facile all’inizio, ma d’altronde non lo è mai…ambiente nuovo, vita nuova, camera nuova, completamente differente rispetto a quella in cui sei cresciuta, sia in termini di arredamento che di comfort. Ma io e la mia mansarda abbiamo stretto amicizia sin da subito, ci siamo fatte compagnia durante le sere di pioggia e vento, ascoltandoli ticchettare e soffiare sull’abbaino sopra le nostre teste…ci siamo godute la prima neve della stagione imbiancare i tetti delle case di Londra ed abbiamo condiviso pianti, risate e momenti, alternati, di felicità e depressione.

Non c’è voluto tanto, a dire il vero, forse solo qualche ora, il tempo di vestire il letto in quelle lenzuola che sapevano ancora profumo di casa, accendere una candela alla cannella ed arancia e gustare una tazza di tè fumante allo zenzero. Non è servito altro, solo pochi ed essenziali tocchi di velata maestria, per renderla la MIA stanza.

Ma considerando che niente procede mai seguendo il sentiero disegnato nella mia mente, ecco che mi ritrovo a traslocare e, credetemi, questo è solo uno, tra gli innumerevoli eventi avversi di questi mesi. Ma ne sono felice, perchè in qualche modo è come se lasciando questa mansarda si concludesse un’era buia, fatta di fantasmi e zombie, di presenze inquietanti a disturbarti il sonno, di nottate fredde e gelide passate a cercare di riscaldarti, strofinando i piedi l’uno contro l’altro, sotto alle coperte. Assieme alla porta della mia mansarda, approfitto per chiuderne anche un altro paio, questa volta all’interno del mio cuore, lasciate aperte a respirare uno spiraglio di luce per troppo tempo. Svuotando i cassetti, l’uno dopo l’altro, impacchettando le mie cose e riordinando la dispensa, mi rendo conto che tutto questo non si riduce solo ad un semplice trasloco. E’, se vogliamo, il mio trasloco interiore…un momento in cui mi libero di inutili orpelli, un momento in cui decido di lasciare a terra gli oggetti troppo pesanti, prima di salire sull’aereo, in modo da viaggiare leggera, l’unica idea di viaggio che concepisco.

Ed ecco che mi ritrovo, in un attimo, immersa in una domenica pomeriggio soleggiata, con le impugnature delle mie valige strette nelle mani, a costeggiare le rive del Tamigi, in direzione del mio nuovo alloggio: una altrettanto meravigliosa ed accogliente mansarda. Che dire? Ho sempre avuto un debole per le stanze nei sottotetti, mi danno come l’idea d’essere un ottimo rifugio per scrittori solitari e, in effetti, lo sono.

La voglia di scrivere è tanta, sin da subito, aiutata anche dalla presenza di una piccola alcova nella penobra, arredata con cuscini, tappeti e luci soffuse. Altro non resta che rendere MIA anche questa nuova mansarda, penso…

Accendo la candela alla cannella, rifaccio il letto con lenzuola che non sanno più profumo di casa ma di ammorbidente inglese, e scendo a farmi un té, brindando al mio nuovo inizio.

Benvenuta nuova mansarda…

 

Il faro delle nebbie

Da quando vivo a Londra ho imparato ad organizzarmi indipendentemente dalle previsioni del tempo, arrivando al punto di non disturbarmi nemmeno di controllarle. Vi starete domandando perchè, ed eccovi serviti soltanto tre degli innumerevoli motivi, per cui il meteo dovrebbe essere bandito dal suolo inglese:

1. Le previsioni non sono mai azzeccate, forse le fanno ad occhi chiusi;

2. Il tempo cambia troppo rapidamente, puoi assistere al passaggio di tutte e quattro le stagioni in solo mezza giornata;

3. Per la legge di Murphy, se hai prenotato dei biglietti economici e con anticipo per una qualche destinazione fuori Londra (perché questo è l’unico modo per risparmiare), è certo che pioverà.

E così è stato. La settimana scorsa, dopo aver guardato le alquanto dubbie previsioni meteo online, mi sono decisa ad acquistare alcuni biglietti per le scogliere di Dover. Era da tempo che desideravo visitarle, inoltre sembrava dovesse esserci una giornata meravigliosa, con tanto di temperature quasi miti. E’ evidente che il meteorologo di quel giorno si trovasse in uno stato di incoscienza misto a sedazione profonda, perché non ha azzeccato una, tra le cose pubblicate.

Arrivo in stazione, pioviggina…ma non mi spavento. Le goccioline sono fini e leggere come seta e non fa per niente freddo, anzi, contrariamente a quanto succede di solito, non soffia un alito di vento. Fantastico, che sarà mai un po’ di pioggerellina, mi dico? Così procedo, a passo svelto, verso il sentiero pedonale che porta in cima alle scogliere: zaino in spalla, cerata anti-pioggia e tanta, tanta voglia di scoprire. Non serve dire che il terreno è zeppo di fanghiglia, causa pioggia (probabilmente aveva piovuto tutta la notte), e che camminare diventa, ad ogni passo, sempre più complicato. La terra bagnata si appiccica alle scarpe incollandomi al terreno, come preda di un gigantesco mucchio di gomme da masticare. Trascorsa solo una mezz’ora, la pioggia inizia a sferzare, violenta, contro le mie guance e, tutto attorno, un enorme muro bianco di nebbia.

Il paesaggio diventa inquietante, ma al contempo catartico e stupefacente.

La nebbia fitta lambisce le scogliere, così come le piccole casette di collina, inghiottendo alberi, arbusti, sentieri e, assieme a loro, anche me. In breve, alla pioggia si unisce, in una sinuosa e veloce danza, anche il vento, portando con s’è qualche schizzo bagnato di salsedine.

Testarda come sono non voglio abbandonare quello che ho iniziato, decido di proseguire, ferma nella mia voglia d’arrivare sino a quel faro che tanto m’aveva incuriosita in fotografia. Procedo a tentoni, incastrata tra una pozzanghera grigia ed un cumulo di fango marrone e molle, appigliandomi a tutto ciò che trovo, che siano piante, foglie o arbusti. Scivolo ripetutamente, noncurante del disastro che i miei vestiti sono diventati, cercando di ripararmi il viso come posso, tra una goccia di pioggia ed un colpo di vento.

Ma dopo un’ora di questa dolce agonia, ecco che assisto, incredula, al dipanarsi della matassa aggrovigliata in cui mi trovo. Posso scorgere, solo qualche centinaio di metri più in là, la sagoma altisonante del faro, vestito nel suo abito bianco candido, quasi a mischiarsi con la nebbia. Ne fuoriesce solo la punta, come a dire: “ehi, sono qui!”, mentre tutto il resto, sparisce in quel turbinio di lattiginosa e bianca spuma che proviene dal mare.

Sono sola, non un’anima attorno a me, a contemplare le meraviglie di questa costruzione sul mare, circondata d’erba verde, bagnata e rigogliosa e di arbusti rossi, verdi e marroni. Gli unici a farmi compagnia sono dei leprotti che, come matti, vagano alla ricerca di un riparo, un posto sicuro lontano dalla pioggia insistente.

Lo guardo da distante, spiandone le forme, le armonie che esso crea con il paesaggio che lo circonda…non voglio avvicinarmi, non voglio invadere il suo spazio, voglio rimanere qui, in muta e mera contemplazione, per secondi che diventano minuti, poi ore, tramutandosi in attimi di bellezza infinita.

Non so dire quanto ringrazi questo paese per le sorprese metereologiche che mi regala, aggiungendo sempre quel pizzico di “non so che” in più, a rendere tutto più bello. Come si fa con lo zucchero a velo sulle torte, sulle paste frolle e sui pancakes: una spolverata e tutto assume un sapore più dolce, più magico.

Mi stringo nel piumino, zuppa ed infreddolita, ma estremamente soddisfatta e, così come sono arrivata, imbocco la strada del ritorno, lasciandomi alle spalle quello spettacolo d’altri tempi che ricorderò come il “faro delle nebbie”.

 

il faro delle nebbie

Nottingham non è la città di Robin Hood

C’era una volta un villaggio poco più a nord di Londra, circondato da verdi colline, folte foreste e grandi querce secolari, il cui nome era Nottingham. In una lussureggiante radura, poco fuori dal centro abitato, circondata di faggi ed ippocastani, viveva un ragazzo dal cuore onesto, uno di quelli che combatteva, da sempre, per i diritti dei più deboli.  Il suo nome era Robin Hood e l’avreste riconosciuto, tra molti, per alcuni suoi curiosi tratti distintivi: la calza maglia color cachi ed il cappello verde con la piuma.

Non sono Alexander Dumas, certo, ma avrei iniziato così la mia personalissima versione del capolavoro “Robin Hood”.

Ma Nottingham non è solo questo, non è solo la città dove è nato Robin Hood, quella in cui ha portato scompiglio e rivoluzione, quella in cui ha rubato ai ricchi per regalare ai poveri.

Nottingham è molto di più.

E’ un grosso cesto di frutta e verdura di stagione colorata, dove predominano il giallo e l’arancio degli agrumi succosi, il verde dei cavoli ed il marrone della buccia di patata dolce. E’ il verde acceso delle colline che con i suoi riflessi illumina il lato dei grattacieli del centro, è il fango misto a foglie sotto le scarpe, è il profumo di muschio sui tronchi degli alberi nella foresta, il campo color del grano ricco di arbusti incolti.

È il profumo inebriante che esce dalle finestrelle delle panetterie, un misto di cornetti al burro ed impasto di pizza che t’arriva sino alle narici, quando cammini infreddolito per le vie del centro. E’ come la polvere di tè sul fondo della tazza, un tiepido schizzo di colori a riempire una tela ancora troppo bianca. E’ una notte di profondo sonno, cullato soltanto dai rumori leggeri della natura: lo scricchiolio dei rami, il frusciare delle foglie, le zampette dello scoiattolo sull’erba, illuminati soltanto da un flebile raggio di luna. Lo stesso che ti bacia dolcemente, prima d’addormentarti, dalla finestra sul retro, facendosi spazio, timido, tra le tende color lavanda.

Nottingham è pace, è relax, è serenità.

E’ una tazza di caffè nero bollente, aromatizzato al cocco, ad infonderti sicurezza ed affetto, mentre dalla vetrata di quel bar in centro guardi fuori, perso in chissà quali pensieri. E’ una birra allo zenzero bevuta in compagnia, tra chiacchiere e risate, con un occhio semi aperto ed uno chiuso per il sonno, dopo una giornata passata a camminare. E’ la casa di Byron in mezzo alla foresta, una rara ostrica nascosta nel mare di sabbia che sono i giardini che la circondano.

Nottingham è il profumo dei suoi libri, l’odore di carta vecchia, ingiallita ed usurata.

E’ come un aeroplanino di cartoncino costruito da un piccolo bambino, con cura ed amore, che atterra sulla punta delle tue scarpe, dopo aver percorso solo pochi metri.

Nulla chiede, ma tutto dona.

Nottingham non è solo la casa di Robin Hood, è molto di più.

Gli scrittori di Oxford

In sella al tuo metallico destriero, fatto di ruote, pedali e ingranaggi, imbocchi le vie del centro di Oxford. Porti una giacca di lana a quadri, sui toni del verde, ed un foulard a coprirti la gola…tipicamente British, penso.

E poi scorgo lui, affacciarsi timidamente dalle tue tasche, fare capolino tra una piega e l’altra della stoffa, quasi imbarazzato e timoroso di una possibile reazione del pubblico circostante. Pochi sono quelli che ancora scrivono, mi dico, ma ancor meno sono coloro che apprezzano la scrittura, o la capiscono.

Ma anche questo è molto British…tanti come te nascondono un taccuino in qualcuna delle loro tasche e, a volte, mi chiedo se davvero lo usino. Forse alcuni disegnano, altri magari li usano soltanto per prendere appunti, ma c’è anche chi, forse uno, solitario, in mezzo alla moltitudine d’altri, scrive davvero.

Come te, in sella alla tua bici che macina parole.

Ad ogni pedalata mi sembra quasi di vederli, una fila di leggeri caratteri, battuti sui tasti di una macchina da scrivere, fuoriuscire dai raggi del tuo candido destriero, accompagnati da una melodia soave, fatta soltanto di tiepide note che sanno di miele.

Oxford è magica, tu lo sei, uno scrittore solitario in una città di guglie e campanili, in cui le viuzze profumano di storia e gli edifici di una secolare cultura. Persino gli alberi emanano profumo di carta misto ad inchiostro, ed i loro rami, così morbidi e sottili, fanno da cornice perfetta a quel brano in via di scrittura.

Non posso che camminare col naso all’insù, gli occhi rivolti al cielo e la mente sognante…mi trovo nel cuore pulsante della cultura, centro indiscusso delle maggiori menti edotte dei secoli passati.

E c’è di più…qui la gente scrive,

e lo fa per davvero.

Uno scatto d’arrivederci

Ultime ore in Italia, giusto il tempo di salutare, alquanto frettolosamente, una manciata di amici e parenti, che è già ora di partire. In un attimo mi ritrovo seduta al 26 A di un volo EasyJet stracolmo. Niente di nuovo, mi dico, ma qualcosa di strano, in realtà, c’è: le sedute accanto alla mia sono vuote, anzi, vuotissime. E’ una novità per me, abituata a viaggiare accanto a passeggeri più ingombranti dei loro bagagli, emotivamente parlando. M’è capitato d’avere a che fare con la ragazza che prega durante il decollo, con quella che telefona al fidanzato salutandolo, come se fosse convinta di non sopravvivere al volo, e poi quelli a cui lo spazio non basta mai…non importa quanto esso sia, non sarà mai sufficiente a contenere il fardello dei loro pesanti animi, dei loro scomodi pensieri, come frammenti di vita da dimenticare.

Si iniziano le manovre per il decollo, il comandante avvisa i passeggeri di allacciare le cinture e le hostess sono in fermento, intente ad aggiustare i soprabiti che debordano dalle cappelliere.

E’ il momento delle riflessioni, quello dei bilanci, dei ricordi. Un momento che amo, in cui posso crogiolarmi, infossata nella mia seduta, avvolta dalla calda lana di quel maglione a collo alto comprato pochi giorni prima, e procedere ad etichettare sentimenti ed emozioni, così come si farebbe con i vecchi vinili, dispondendoli in ordine alfabetico, perfettamente allineati, dalla A alla Z.

Catalogando gli ultimi giorni trascorsi nella mia città, inciampo in una polaroid, affascinante e scolorita, come quelle degli anni ’60. La pellicola leggermente rigata, il riquadro bianco che l’avvolge, lasciando spazio, in basso, alla scrittura dei pensieri più veri, la rendono ricca di sapore. Un sapore di quelli che preferisco, nostalgico, riflessivo, un misto di poesia e dramma, un perfetto connubio di gioia e dolore, quasi a ricordare la melodia soffusa proveniente dal salotto, intonata dalle mani affusolate di quell’abile pianista solitario.

Lo scatto ritrae Castelvecchio, forse uno dei maggiori simboli della città in cui sono cresciuta, forse uno di quelli con la maggiore affluenza turistica, ma anche uno dei luoghi che preferisco. Mi guarda da lontano, facendo capolino tra il tratto d’Adige che attraversa il centro città e le facciate dei caseggiati storici, sulla sinistra. E’ serio, forse un po’ austero, immerso in quella fitta nebbiolina bagnata, tipica di gennaio, impeccabile, vestito nel suo mattone rosso e bianco. Un ciuffo di rami secchi ne copre un’estremità, ma lui non s’offende, anzi, coglie l’occasione per dare sfoggio di cotanta bellezza, avvolto ed adornato da ciò che lo circonda, quasi a ricordare una splendida natura morta. Mi saluta timidamente, forse in cuor suo sa che sono in partenza, mi dico, e subito lo scorgo rivolgermi un affettuoso arrivederci, corredato di un tenero bacio, inviato così come i soldati facevano con le loro belle, durante la guerra, soffiandolo via dalle loro mani, con destinazione ben precisa.

Era un viaggio di sola andata quello di quei baci, diritto al cuore della loro amata.

E così fai anche tu, bella Verona, con un pizzico di tristezza negli occhi, regalandomi lo scorcio più prezioso che si possa desiderare: un timido raggio di sole che s’erge tra i torrioni di quel ponte che oramai è diventato il tuo simbolo.

Ti dico “ciao”, sapendo che sarà solo un arrivederci.

Frammenti d’infinito

Era un pomeriggio di giugno, il sole ed il cielo limpido ne facevano da padroni, ed il termometro segnava almeno 35 gradi. Una di quelle giornate estive che non si scordano facilmente, di quelle in cui i vestiti si appiccicano alla pelle, i capelli lunghi sono insopportabili se non legati a crocchia sopra la nuca, una di quelle in cui tutto, anche respirare, sembra faticoso.

Stavano giocando a gavettoni, ridendo e scherzando tutti assieme, loro che erano un gruppo d’amici inseparabili, che volevano godersi quell’estate di vacanza, a tutti i costi.
Federico e Sara ancora non si conoscevano, ma ci volle poco per sciogliere il ghiaccio, uno strato che, a quell’età, non è mai così spesso e tenace, impossibile da scalfire.

Bastarono uno schizzo d’acqua in più, un sorriso ammiccante e gli occhi di lui, marrone scuro, a ricordare il colore del caffè appena tostato. Sara arrossì…lei arrossiva sempre, ogniqualvolta si trovasse in imbarazzo. Che fosse di fronte ad uno sconosciuto, che dovesse affrontare una prova importante o semplicemente ricambiare il sorriso di un bel ragazzo, due piccoli fuocherelli, colorati come un’alba estiva, apparivano sulle sue gote, tradendone l’emozione.

Federico capì subito che il suo interesse era ricambiato, non ci voleva un genio, Sara era ormai paonazza, incapace di trattenere l’imbarazzo.

Quel ragazzo doveva proprio averla colpita, pensai. Chissà se erano stati gli occhi, espressivi come il mare d’inverno, o piuttosto il suo sorriso, che come uno squarcio tra le nuvole, le aveva illuminato la giornata.
Era bello vederli scherzare, adoravo starmene lì, su quelle panchine di legno scolorito, nel giardino sul retro, ad osservarli riservarsi le più dolci scaramucce, le più simpatiche smorfie. Sembrava si conoscessero da un tempo infinito.

Lei, i capelli rossi legati in una morbida treccia, adagiata sulla spalla destra…

Lui, gli occhiali scuri sulla testa, lo sguardo da finto duro ed un sorriso che illuminava l’intero giardino…

Il tempo sembrava dilatarsi quando erano assieme.

I secondi erano giorni.

I minuti mesi.

E le ore…beh, quelle erano frammenti d’infinito rubati ad un cielo stellato.

Un viaggio in Lapponia

Stavo impacchettando i regali poco fa, con le gambe infilate sotto il mio piumone con le renne, la musica natalizia a volume discreto e solo la luce di una candela alla cannella ad illuminare la stanza. La carta crepitava sotto le mie dita, come fosse fuoco scoppiettante in un caldo camino, le forbici viaggiavano sapienti tra un nastro e l’altro, con la gioia di chi dona ad amici e familiari, e la penna scorreva lenta sulla tavolozza bianca dei biglietti d’auguri.

Cullata dal ritmo del piano, misto alle campanelle natalizie, ho chiuso gli occhi, lasciandomi andare all’atmosfera magica del Natale e ritrovandomi, in breve, al Circolo Polare Artico e, in particolare, in Lapponia, a casa di un certo signore con barba grigia ed occhiali. Lavoravo senza sosta, seduta su sgabelli di legno massiccio marrone scuro, assieme a Giljagaur e Stúfur, solo alcuni degli elfi aiutanti di Babbo Natale. L’atmosfera era scherzosa ed allegra, ed io e Ketkrókur giocavamo a lanciarci, tra l’incarto di un pacco e l’altro, fiocchi di neve artificiale e bacche di vischio. Nella fabbrica del Signor Natale c’era però una regola, chi veniva colpito per primo, doveva pagare la dolce penitenza di preparare la famosa cioccochristmas per tutti: una cioccolata calda aromatizzata alla canella e pepe di Cayenna, con aggiunta di marshmallow e codette colorate come decorazione.

Fui io, la prima ad essere colpita, quel giorno. Così mi diressi verso la cucina, dove mi aspettavano Prencer e Blitzen, le due renne addette al reparto dolciumi. Assieme preparammo la migliore cioccolata di tutti i tempi, lasciandoci inebriare dal profumo delle spezie, scaldandoci al calore del camino e respirando l’atmosfera festosa dello stare assieme. Quel giorno imparai che il Natale era molto di più di un semplice regalo, una carta colorata, un fiocco sfarzoso o un bigliettino a tema.

Natale è condividere, è donare, è lasciare che il sorriso e la gioia infondano linfa vitale tra le pareti delle tue arterie, irrorando e riscaldando i tuoi muscoli assopiti dalla fatica dell’anno passato.

Natale è preparsi un tè speziato in compagnia, tra un abbraccio della mamma ed un buffetto del papà, litigare per il divano con tuo fratello ed il tuo cane, facendo a gara a chi ruba più coperte all’altro.

Natale è lasciare che la stanza venga illuminata soltanto dalle luci dell’albero, tenui e sfuocate, e stare ad osservare i giochi di colore che i suoi riflessi creano su gli addobbi.

Natale è lasciarsi scaldare da un film guardato in compagnia, dalla trama di un libro avvolgente, dal sorriso di una persona a cui vogliamo bene.

Natale è lavorare a maglia, cercando di finire, a tutti i costi, il maglione che stai cercando di realizzare, da mesi, per il tuo fidanzato.

Natale è cucinare, fare l’impasto dei biscotti assieme ai più piccoli, sporcarsi il grembiule di farina e la bocca di cioccolato, cercando avidamente di essere il primo ad assaggiare il prodotto finito.

Natale è guardarsi negli occhi, vedendo il riflesso delle piccole cose che hai donato, nell’altro.

Questo è il mio Natale.

Dì la tua

Ricordati di guardare sempre alla Vita come ad un dono, e non come ad un irto e incespicato sentiero da percorrere, con fatica e lamentele, tutti i giorni. Anche se così fosse, perchè diciamolo…qualche volta lo è, sorvola, fingi di ignorare i dispetti che quella scorbutica di Vita ti ha fatto, fai in modo di dimenticartene, di lasciare i brutti pensieri smarrirsi nell’oblìo, così come succede alle t-shirt colorate quando, per sbaglio, le butti in candeggina. Così come succede all’inchiostro della stilografica fresco, appena steso, quando ci passi sopra con il polsino del maglione, per errore. Così come succede ai paesaggi che s’allontanano dal finestrino di un treno, i quali finiscono per diventare sempre piccoli piccoli e sfuocati, fino ad unirsi in un solo, grande, groviglio di colori e linee. Così come succede al fumo del camino della casa dei Dudley che, lento ed inesorabile, ogni mattina si erge dal loro comignolo, reduce dall’aver scaldato i loro cuori e la loro colazione, per poi sparire, ad un tratto, nel grigiore del cielo di Londra.

Ricordati di guardare la Vita negli occhi, di dominarla, di non lasciare che ella decida per te, perchè non sempre, ahimè, sa quello che fa. Talvolta si lascia trascinare dagli eventi, con la stessa follia di una puledra imbizzarrita al cancelletto di partenza di una corsa: indomabile, inarrestabile e testarda. Discuti con lei, spiegale cosa pensi, argomenta la tua ragione…fallo sempre, fallo comunque, qualunque sia il prezzo che dovrai pagare per la tua onestà. E se questa non dovesse darti ascolto, perchè troppo presa dalla presunzione d’aver ragione, sentiti autorizzato ad usare le maniere forti. Prendila a pugni, se necessario, osa qualche schiaffo, che sarà mai…

Mai far primeggiare lei.

Mai lasciare che vinca, senza almeno aver tentato.

Mai permettere che si beffi delle tue sconfitte

Ed ancora, mai lasciare che si vesta del sorriso della vittoria.

Perchè non è lei che comanda, che tiene le fila delle tue giornate, quasi a voler essere un burattinaio con le sue marionette. Certo, suppongo che le piacerebbe farlo, che ne trarrebbe un certo grado di soddisfazione, mischiato a silenziosa esultanza. Ma tu impediscilo, fallo con tutte le forze, fallo sempre.

Perchè non è la Vita a comandare.

Sei tu a farlo.